La via Libera di Don Ciotti

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Don Luigi Ciotti è un prete di strada. Volendo lo si potrebbe definire così. Con un definizione un po’ pop. Popolare lo è sicuramente. Nell’indole e nello spirito. Ma la sua voce e la sua autorevolezza non riecheggiano solo sui marciapiedi, del suo pensiero si parla anche a Palazzo, nelle stanze del potere. Don Ciotti, che quest’anno compirà settantacinque anni, ha attraversato tutte le campagne della Sicilia liberate dalla mafia. E c’è chi lo avrebbe voluto perfino come ministro, soprattutto per il suo impegno civile contro i soprusi perpetrati dalla criminalità organizzata.

Intanto lui ha visto passare papa Woitjla, poi Ratzinger e infine papa Francesco. Tutti e tre grati del gran lavoro svolto da questo loro carismatico ministro della Chiesa. Che oggi riceve l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica, la medaglia dell’Accademia dei Lincei e domani stringe la mano ai tossicodipendenti della sua Torino o ancora si mescola commosso, quasi fosse una persona qualunque, al corteo funebre degli operai bruciati vivi della fonderia Thyssenkrupp.

Un prete del popolo, con il suo inconfondibile maglione sdrucito e i pantaloni da operaio. Un sacerdote sbarcato dalla sua Calabria in Piemonte, nella Torino della Fiat, dove negli anni ha fondato due colonne del terzo settore italiano, il Gruppo Abele e Libera. Un uomo di buona volontà, capace di gridare quello che talvolta la politica, invischiata in logiche di potere e di scambi clientelari, si dimentica di dire forte e chiaro.

“Occorre una politica che si impegni a risanare la democrazia un po’ malata del Paese che amo. Perché la nostra democrazia non sta tanto bene”, ha di recente dichiarato nel corso della presentazione romana del nuovo progetto editoriale del Gruppo Abele, “Lavialibera”, che si occuperà di mafie, corruzione, migrazioni e ambiente. Lo farà fin dal primo numero intitolato “Mafia siciliana. Cosa cova”. (Leggi qui)

Ci sono inquietanti zone d’ombra nel nostro Paese, di cui bisogna chiedere conto alla politica che ci governa e che non consente la radicalità nel contrasto alla criminalità organizzata. Perché si parla ancora di mafia dopo 165 anni? – si continua a domandare don Luigi – Dobbiamo alzare la voce, non si può stare zitti, rimanere inerti. E’ il noi che vince, anche queste battaglie“.

Un noi che nel 1995 ha dato vita a “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” presieduta dallo stesso don Ciotti, con l’intento di sostenere e far crescere nella società civile il desiderio di giustizia, di lotta in opposizione alla criminalità organizzata. Rendendo possibile il sogno, la creazione di una comunità alternativa alle mafie stesse. Così, nel corso degli anni, Libera ha dato vita a numerosi progetti e iniziative sui beni confiscati alle mafie. E oggi coordina più di 1’600 realtà nazionali e internazionali che si occupano in vario modo del contrasto alla criminalità organizzata.

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