L’alba rossa di Sanders

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Per molti l’ascesa del socialista democratico Bernie Sanders è una sorpresa. Non ci si capacita di come un socialista possa fare tanto bene alle urne, considerato che la parola “socialismo” per gli americani ha la stessa energia che per noi ha il termine “infilarsi un ago sotto le unghie”. Come sta succedendo tutto questo?

In primo luogo, vi è un sostanziale vuoto di personalità nel partito democratico. L’establishment ha tentato disperatamente di portare in carrozza l’ex vicepresidente Joe Biden, che ha il carisma di un gambo di sedano e un record di voti che non incontra proprio le aspettative della maggioranza dei democratici. Biden paga lo scotto di aver difeso la guerra in Iraq e aver più volte preso parola in Senato per difendere tagli al sociale e altre misure che tendenzialmente non incontrano l’approvazione dell’elettorato democratico. Le primarie in Iowa, primo Stato a votare (in quel caotico marasma che sono i caucus), ha mostrato quanto debole fosse la sua candidatura; il poveretto, inizialmente dato per favorito, ha ottenuto risultati perfino imbarazzanti, piazzandosi addirittura quarto. Dall’Iowa abbiamo però anche assistito all’ascesa di Pete Buttigieg, che tra mille controversie ed errori è riuscito a rosicchiare qualche delegato a Sanders pur avendo ottenuto complessivamente oltre 3000 voti in meno.

Tra le controversie si registrano una serie di errori nel riportare i risultati che nella stragrandee maggioranza dei casi favoriscono lo stesso Buttigieg. Inoltre, l’applicazione usata per trasmettere i dati al partito (per cui molti dei volontari che gestirono i caucus non hanno ricevuto istruzioni per l’uso) è andata in panne, rallentando notevolmente lo spoglio dei risultati che è tardato di svariati giorni. Ah, dimenticavo di dire che lo sviluppatore dell’applicazione è tra i donatori dello stesso Buttigieg, che ha (in modo decisamente poco sospetto) dichiarato vittoria prima che qualsiasi risultato fosse pubblicato. Vengono innanzitutto presentati circa il 62% dei risultati, ma i sostenitori di Bernie sono lesti a fare 2+2: salta infatti fuori che le sezioni con la maggior parte di risultati mancanti sono quelle in cui Bernie sta andando bene; soprattutto le aree urbane come Des Moines, Cedar Rapids e Sioux City. Fregati nelle scorse primarie, i volontari sanderisti si sono armati di taccuino e hanno trasmesso i risultati alla campagna, notando molte incongruenze.

Si aspettano allora con ansia i risultati in New Hampshire, dove la votazione si svolge in modo più ortodosso, contando i voti senza il pericoloso, e suscettibile a manipolazione, sistema dei caucus. Bernie ancora una volta ne esce vincitore, Biden cade sempre più in basso e la spinta data dall'(apparente) vittoria di Buttigieg non basta a far ottenere la maggioranza all’ex sindaco di South Bend, Indiana.

Pete diventa allora il nuovo favorito del partito. Giovane, omosessuale e centrista abbestia. Perfetto per tentare di accaparrarsi i voti dei “liberals”, termine molto vago per definire l’elettorato che ha a cuore temi come i diritti LGBT o delle minoranze etniche/religiose.

Ma cosa ha portato alla trionfale campagna del vecchio socialista ebreo Sanders (ché un personaggio meno appetibile per gli standard americani era difficile trovarlo)? Molte cose.

In primis, a Sanders viene riconosciuta (anche in sede repubblicana) un’integrità decennale e incrollabile. L’ex sindaco di Burlington, Vermont è amatissimo dalla popolazione per essersi battuto per gli stessi ideali da decenni. È infatti possibile reperire sue foto da trentenne mentre viene arrestato durante una manifestazione per i diritti civili degli afroamericani. I democratici puntano forte sul voto di afroamericani e ispanici, e dai sondaggi sembra che Sanders stia facendo incetta di preferenze in queste categorie. Sono comunità molto più furbe di quanto il partito non si aspetti: non si fecero fregare dal paio di foto che la Clinton fece mentre stringeva la mano a delle persone di colore; essi sanno che se c’è qualcuno che da decenni ha davvero a cuore la loro sorte, questi è Sanders. Ulteriore prova di questo sono i personaggi di cui Sanders si è circondato: Nina Turner, giovane senatrice dell’Ohio e luce degli occhi di molti giovani neri; Ilhan Omar, altra giovane membro di Congresso musulmana e catalizzatrice delle attenzioni della comunità islamica americana; e non da ultimo, la strepitosa Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane donna ad essere mai eletta al Congresso, ex barista di umili origini e pupilla di moltissimi giovani americani. Questo ci porta anche a vedere un massiccio sostegno a Sanders da parte delle donne; Sanders si batte infatti da decenni (ne ha fatta di roba, eh) per il coinvolgimento delle donne in politica e per i loro diritti. Ancora una volta, decenni di battaglie raccolgono più frutti di vuote dichiarazioni opportuniste.

Ma una menzione d’onore va a tutti i volontari per la campagna di Sanders: oltre ad aver raccolto il maggior importo in donazioni di qualsiasi candidato (con una media di 18 dollari – segno che le donazioni sono state effettuate perlopiù da cittadini comuni) essi possono vantarsi di essere di gran lunga il gruppo più attivo e laborioso in circolazione. Pesantemente scottati dalle scorse elezioni (molti percepiscono la nomination di Hillary Clinton come rubata con l’inganno a Sanders) hanno deciso di raddoppiare gli sforzi. Uno degli slogan riportati come tam-tam è “hanno cercato di seppellirci, senza sapere che eravamo solo semi”.

I volontari di Sanders sfidano gli elementi e le grandi distanze americane per andare a bussare a milioni di porte, e perdono giornate su giornate per portare a termine milioni su milioni di telefonate e messaggi. Obiettivo dichiarato è aumentare la partecipazione al voto tra giovani e indipendenti, gruppi che sono chiaramente a favore del vecchio senatore del Vermont. E i risultati si sono visti, eccome: Sanders domina tra i giovani e gli studenti, ha percentuali da capogiro tra afroamericani, ispanici, donne e minoranze religiose.

Questo costringe il partito democratico a interrogarsi. Per la prima volta nella storia, i sondaggi dicono chiaramente che per la maggioranza dell’elettorato sia più importante avere un candidato che possa battere Trump che non uno con cui siano d’accordo. E Sanders splende anche qui: è finora l’unico a battere il presidente ai sondaggi. Inoltre, come già detto, riesce a unire pressoché ogni minoranza e gli indipendenti, elettorato chiave per spostare l’ago della bilancia. Sorprendentemente, Sanders va per la maggiore anche tra i repubblicani scontenti di Trump: ancora una volta, gli vengono riconosciute integrità e onesta ferree, in netto contrasto con l’ambiguità e la mancanza di polso dei suoi avversari democratici. Oltre questo, le sue proposte per quanto riguarda una sanità pubblica e la cancellazione del debito studentesco raccolgono consensi relativamente alti tra gli ex elettori di Trump.

Sanders, per ora, sembra inarrestabile: le proiezioni lo danno per vincente in tutti gli Stati, nonostante l’ostinato rifiuto dei media a riconoscere la sua esistenza.

“Alba rossa” è un filmaccio datato in cui la Corea del Nord invade gli Stati Uniti, e dopo averli messi in ginocchio viene sconfitta da un gruppo di liceali che sparano qualche scarica di mitra. Domani, potrebbe essere un titolo di giornale per celebrare il ritorno del socialismo negli Stati Uniti d’America.

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