Le sporche manovre di Erdogan 

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All’inizio di febbraio, i ribelli siriani sostenuti dalla Turchia, attaccano a nord est di Aleppo, nei pressi di Al Bab, zona controllata dal governo siriano. Il 4 febbraio le forze siriane, appoggiate da aerei russi, sferrano un contrattacco e giungono a pochi chilometri da Idlib, la più grande enclave ancora sotto controllo dei ribelli nel nord ovest della Siria. Questa regione e le aree vicine della provincia di Hama, Aleppo e Latakia, sono dominate dai terroristi di Hayat Tahrir Al Sham, formati da ex membri di Al Qaeda. Durante gli scontri muoiono 8 soldati turchi sostenitori dei ribelli jihadisti anti Assad.

“La Turchia manterrà le sue postazioni di osservazione militare a Idlib” ha riferito Recep Tayyep Erdogan, intimando poi alla controparte russa di non intromettersi negli scontri fra le parti; il presidente turco chiede al Cremlino di “assumere i propri obblighi” nella provincia di Idlib e di “non partecipare” negli scontri con la Siria. “Ci aspettiamo che la Russia non copra il regime o lo protegga dopo quest’attacco alle nostre forze armate”, e ordina l’invio di militari con diverse decine di veicoli corazzati e di blindati.

Dal 12 gennaio scorso era in vigore l’ennesimo e fragile “cessate il fuoco” tra Turchia e Russia, e per l’ennesima volta non è stato rispettato.

Nel complesso mosaico di questo scenario del conflitto si è aggiunto un nuovo tassello che rappresenterebbe un punto di svolta nella guerra civile siriana; il 6 febbraio le milizie iraniane della forza Qods, divisione Fatemiyoun, entrano nel distretto Maarat Al Numan, a sostegno del presidente Assad. Qualunque sia la motivazione di Tehran, per lo stanziamento di circa 600 soldati iraniani nel nord est siriano, costituirebbe un duro colpo per la Turchia.

Questa nuova scintilla del conflitto rischia di aprire una catastrofe umanitaria, là dove sono già ammassati 3 milioni di civili in condizioni proibitive, rese sempre più drammatiche dai continui sfollamenti; solo in questi ultimi giorni quasi 40 mila profughi, in larga parte anziani, donne e bambini, hanno lasciato le loro case per trovare rifugio nei distretti di Idlib e Aleppo.

Oltre alle dure condizioni meteorologiche invernali, manca il cibo e l’assistenza sanitaria è precaria.

La Turchia da parte sua ha chiuso i confini impedendo ai profughi di raggiungere il più sicuro distretto di Afrin.

Una crisi umanitaria che non fa più rumore; media internazionali, che soltanto a singhiozzo si occupano della vicenda e preferiscono dare aggiornamenti giornalieri sul coronavirus. Nei campi “ufficiali”, stracolmi, gli sfollati soffrono di una epidemia di rafreddore e tosse convulsiva; si accampano, dove possono, come possono, in ripari di fortuna e alla disperata ricerca di alimenti e medicinali.

Grazie al passo indietro di Donald Trump, che aveva deciso di ritirare le sue truppe di interposizione dal nord della Siria, Erdogan ha avuto via libera per allontanare i curdi dalla regione autonoma del Rojava per annettere i territori del Kurdistan siriano alla Turchia, con lo scopo di insediare lì i due milioni di rifugiati siriani che si trovavano nel suo Paese.

Idlib rimane l’ultimo epicentro di questa guerra civile, ove sono concentrate le ultime forze degli sbandati, contrastate a loro volta da alleanze a geometria variabile. Erdogan si sta rivelando un vero destabilizzatore della macroarea mediorientale; gioca sporco la sua partita politica, truccando le carte e confondendo le idee ai contendenti:

– In Libia si è alleato col premier Serraj, sostenuto dall’ONU e dall’Occidente (tranne la Francia), facendo sbarcare, da due navi di guerra turche, armi e munizioni per i soldati libici del premier, sotto lo sguardo impotente dei Paesi coinvolti nella crisi, tra cui l’Italia. Lo spregiudicato neoottomano agisce mentre gli altri Paesi restano immobilizzati dalla paura di sbagliare.

– Nel nord ovest della Siria blinda confini per poi penetrare in profondità nella fascia di confine con lo scopo di dare scacco matto alle milizie curde. Nei giochi al massacro il caos regna sovrano, Senza scrupoli i terroristi sostenuti da Ankara danno la caccia ai curdi e si scontrano con l’esercito siriano che vuole ripulire il territorio da tutti i ribelli; bombardano quindi, con l’ausilio di cacciabombardieri Sokho russi, tutto ciò che si muove, a cominciare dai consiglieri militari turchi a sostegno dei miliziani anti-Assad che a loro volta combattono contro Damasco.

Il dispotico Erdogan, dopo essersi abbondantemente fatto pagare per l’azione “umanitaria” di accoglienza di milioni di rifugiati (per poi dare loro libero passaggio verso l’Europa), gioca tra due padroni, lisciando le penne alla Russia di Putin, mentre si mostra fedele membro della NATO.

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