L’incubo senza fine di Milan S.

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Milan S., 36 anni appena compiuti, divorziato, e padre di due bimbe è in carcere dal 23 giugno 2017, prima nel canton Vaud, ora nel penitenziario ginevrino di Champ-Dollon. Ingiustamente accusato in un primo tempo di sostegno a gruppi terroristi è stato scagionato e addirittura risarcito per l’ingiusta detenzione, ma risponde ora di messa in pericolo della vita altrui per avere aggredito un agente di custodia nel settembre 2018. Rischia di essere piazzato in una struttura chiusa poiché una perizia psichiatrica lo ritiene schizofrenico con tendenze paranoiche.

Una storia kafkiana

La storia di Milan S., nato in Serbia, ma giunto nel canton Vaud all’età di due anni e diventato cittadino svizzero ha un che di kafkiano. Dopo un’infanzia difficile con un padre violento e il divorzio dei genitori, Milan non riesce a portare a termine una professione. Si sposa, ha due bambine, ma la sua propensione a consumare alcoolici e cannabis contemporaneamente provocano in lui atti di violenza incontrollata che spingono la moglie a chiedere il divorzio.

Così Milan perde le staffe e, un venerdì di fine giugno, fa casino in uno snack-bar di Losanna dove rompe una vetrina. La polizia lo ferma, trova su di lui una bottiglia di benzina. Le sue spiegazioni in merito sono confuse. Ne segue quindi una perquisizione al suo domicilio dove si scoprono un Corano e documenti sull’Islam. Milan viene incarcerato, e il Ministero pubblico della Confederazione apre un’indagine contro di lui per sospetto sostegno ad organizzazioni terroriste di matrice islamica come Al Qaeda e Stato Islamico.

Inizio di un lungo incubo

Così inizia per il serbo-vodese un lungo incubo al quale solo il Tribunale penale federale chiamato ad esprimersi lunedì scorso potrà forse mettere fine con la sua sentenza attesa nei prossimi giorni: nella prigione losannese di Bois-Mermet Milan S. non ha vita facile e lo spiega lui stesso ai giudici di Bellinzona: “Io non sono violento” racconta minimizzando gli episodi domestici, “non lo sono mai stato in 36 anni di vita però so di essere affetto da psicosi e manie della persecuzione.” Uno stato patologico grave il suo, confermato da perizie psichiatriche che hanno concluso ad “una schizofrenia paranoica che deve essere trattata farmacologicamente su una lunga durata.”

Le fobie di Milan S. lo portano a convincersi che uno degli agenti di custodia ce l’abbia con lui, lo derida e trovi tutte le occasioni per picchiarlo o insultarlo. La sera del 21 settembre 2018, durante la distribuzione dei pranzi serali nelle celle dei detenuti, Milan S. si scaglia contro il secondino in questione e gli sferra un pugno in pieno viso. Lo ferma un collega del malcapitato che racconta ad altri agenti accorsi in rinforzo che il detenuto S. ha anche tentato di strangolare la vittima. La giustizia si rimette in moto e il MPC sforna un altro atto d’accusa che chiede la messa in pericolo della vita altrui, l’irresponsabilità totale quindi la non punibilità ai sensi dell’articolo 19 del Codice penale, ordinando quindi una misura costrittiva che prevede il piazzamento in un istituto chiuso a tempo indeterminato per il proseguimento del trattamento farmacologico.

I colpi dei secondini lo rendono sterile a vita

Nel frattempo però, nell’ottobre 2019 allorquando aveva già scontato più di due anni di carcere, il TPF ha emesso un decreto di abbandono per le accuse di sostegno a gruppi terroristici e ha addirittura indennizzato Milan S. per ingiusta carcerazione. L’atto d’accusa relativo ai fatti del settembre 2018 e sostenuto lunedì scorso davanti al TPF dalla procuratrice federale Juliette Noto chiede ora che il 36enne venga riconosciuto colpevole di messa in pericolo della vita altrui. Un’accusa contestata dall’imputato che ha raccontato di aver semplicemente passato il suo braccio attorno alla nuca dell’agente di custodia per prevenirne la reazione, “è una mossa di judo” ha detto alla corte. Ha anche raccontato che dopo l’episodio, lui Milan, è stato così violentemente picchiato nelle sue parti intime dagli altri secondini che è diventato irrimediabilmente sterile: “Non potrò mai più essere padre” ha detto.

Atto d’accusa lacunoso – chiesta l’assoluzione

“La vita dell’agente di custodia non è mai stata messa in pericolo e il filmato del video di sorveglianza lo attesta” ha spiegato l’avvocato Robert Fox di Losanna, difensore di Milan S. di cui ha chiesto l’assoluzione e un indennizzo di oltre 92mila franchi per ingiusta carcerazione subita a decorrere dal 21 settembre 2018. “Si è trattato di un pugno quindi tutt’al più di semplici lesioni corporali, ma stranamente l’atto d’accusa del MPC non ha ritenuto questo reato quindi il mio cliente va assolto!”

Milan S. ha ormai un’unica speranza, quella di potere uscire dal carcere quasi tre anni dopo esservi entrato per via di una stupida bravata e potere rivedere le sue bimbe che hanno ormai sei e quattro anni: “So di avere ancora bisogno di cure mediche e sono disposto ad accettarle in struttura aperta” ha detto alla corte, “ma non rinchiudetemi in un’istituzione chiusa poiché non so né se né quando ne uscirei e ho ancora una vita da vivere, tanti progetti, voglio occuparmi delle mie figlie e fare un apprendistato …mi spiace per il pugno dato al guardiano e gli chiedo scusa, ma per un pugno credo di avere pagato abbastanza!”

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