L’ora d’aria di Armando Punzo

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Armando Punzo lo scorso weekend era in libera uscita al Teatro Sociale di Bellinzona. Fondatore e direttore artistico della “Compagnia della Fortezza”, all’interno della casa di Reclusione di Volterra. È lì che nel 1988 Armando ha deciso di recludersi, entrando in un carcere, in uno di quelli che all’epoca non godevano certo di una buona reputazione. Eppure lui se n’è infischiato. Perché il carcere è per prima cosa uno stato mentale. Ha le idee ben in chiaro lui:

“Viviamo tutti dentro un recinto. Non è la dimensione del recinto che conta, quanto la nostra capacità di evadere attraverso l’immaginazione. Siamo liberi nella misura in cui attribuiamo all’arte un potere immaginifico, una capacità di ridefinizione della realtà. L’arte è metamorfosi. Ciò che conta è essere aperti ai mutamenti, cambiare lo sguardo sul mondo, aumentare la capacità critica mettendo in discussione sé stessi, gli stereotipi e il principio d’autorità.”

È così che Armando ha rotto con il teatro fatto di attori capaci di esprimersi in dizione, professionisti che appartengono a esperienze teatrali “stabili”. Lui no. Lui, da tutto questo, si è allontanato. Abbastanza storto, talmente sghembo da voler soddisfare il bisogno, l’urgenza di una ricerca teatrale che fosse esclusivamente sua. Forse non nuova e neppure diversa. Ma di sicuro lucida:

La rivoluzione parte dal pensiero, precisamente dal linguaggio. Bisogna diffidare di chi mette in contrapposizione fantasia e realtà affermando la priorità di quest’ultima. Certi schematismi imprigionano. Ad esempio la televisione esprime una realtà capace solo di affermare sé stessa. Propone orrore e violenza con lo scopo di vendere. Io cerco da trent’anni di mettere in crisi la realtà attraverso la poesia. Questo aiuta a dimenticare il carcere. È questa la mia rivoluzione.”

Armando sembra appena uscito da un fumetto di Andrea Pazienza. Smilzo. Longilineo. Con gli occhi spiritati e un sorriso che non ti aspetti. Un sorriso che alla fine risulta perfino inquietante. Quello di chi sembra aver capito tutto. Ma che sembra anche quello di un folle. Di chi ha scelto di trascorrere più di trent’anni della sua vita dietro le sbarre di una fortezza edificata nel 1474. Di un carcere che ospita – si fa per dire – 190 detenuti. Alcuni di loro con un ergastolo per omicidio da scontare.

“In tanti – racconta Armando – quando pensano ai detenuti, si aspettano di vedere degli animali in gabbia. Io inizialmente immaginavo di dover interagire con persone stanche, indolenti, impigrite da uno stallo che si ripeteva di giorno in giorno. Mi sbagliavo. Mi si è aperto un mondo. Ho trovato in carcere quella Napoli da cui fuggivo. Ho trovato il Sud dell’Italia, ma anche il Sud del mondo: indiani, pachistani, russi, slavi, rumeni, moldavi, albanesi, africani e cinesi.”

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