Mafia, una brutta storia di uomini

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È il 23 maggio del 1992, un caldo sabato di maggio, quando l’esplosione di cinquecento chili di tritolo divide in due l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, a poca distanza dall’uscita per Capaci. Cento metri d’asfalto si sbriciolano come biscotti e fanno letteralmente volare per aria le auto blindate di Giovanni Falcone, magistrato simbolo della lotta antimafia, e della sua scorta. Con lui muoiono anche la moglie e tre agenti della sua scorta.

Appena 57 giorni dopo tocca al magistrato Paolo Borsellino. A Palermo, un altro terribile boato, squarcia la tranquillità domenicale della città. Oltre a Borsellino, impegnato insieme a Falcone nella lotta alle cosche mafiose, muoiono carbonizzati cinque uomini della sua scorta. Con questi due brutali attentati si consuma la vendetta della mafia nei confronti dello Stato italiano, due dei suoi servitori che nel corso degli anni precedenti, anche grazie al maxiprocesso, erano riusciti a infliggere un duro colpo alla potente organizzazione criminale siciliana vengono uccisi. Puniti. Giustiziati.

Un duplice omicidio, una strage di uomini e donne, che rimane uno dei capitoli più bui e tristi nella storia della Repubblica italiana. Del resto Giovanni Falcone lo sapeva bene: “È tutto teatro. Quando la mafia lo deciderà, mi ammazzerà lo stesso.” E in più di un’occasione aveva definito se stesso e l’amico Paolo come due “cadaveri che camminano”. Colpendo due simboli della lotta alla criminalità organizzata, la mafia, stava evidentemente cercando di dare un messaggio allo Stato. Fatti da parte. Non continuare a intralciare i nostri affari. Qui lo Stato e la legge siamo noi. Questa è roba, cosa nostra.

Ma che cos’è la mafia? Una delle prime descrizioni, la prima di un certo rilievo, che testimonia l’esistenza del fenomeno porta la data del 1837. In un documento redatto dal funzionario e magistrato del Regno delle Due Sicilie Pietro Calà Ulloa, scrive: “Ci sono in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggerlo, ora d’incolpare un innocente. Molti alti magistrati coprono queste fratellanze di una protezione impenetrabile”.

Un regno del terrore e della sopraffazione, una dittatura criminale che è arrivata fino ai giorni nostri e che continua a proliferare quasi indisturbata. Soprattutto laddove se ne nasconde l’esistenza. Per omertà o paura. Per una presunta convenienza. Si tace sui crimini e sulle ingiustizie commesse in nome della prevaricazione, dell’egoismo e della violenza. Del patto di sangue stretto tra uomini d’onore, capaci di dichiarare guerra a chicchessia e di compiere stragi, pur di continuare a governare. Sovrani di un regno del terrore. Un impero del male che si arricchisce vendendo droga, interrando non importa dove rifiuti tossici. Riciclando. Cementificando. Avvelenando gli animi e il territorio.

“L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura – amava ripetere il giudice Falcone – e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza.” Perché, se la mafia ha messo a tacere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non è stato così con il loro pensiero, con le loro idee. Con il desiderio di una società costruita sulle regole e sulla giustizia. “Io credo – continuava Giovanni Falcone – che occorra rendersi conto che questa non è una lotta personale tra noi e la mafia. Se si capisse che questo deve essere un impegno – straordinario nell’ordinarietà – di tutti nei confronti di un fenomeno che è indegno di un paese civile, certamente le cose andrebbero molto meglio. La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà certamente anche una fine.”

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