Marsullo, una storia di crescita inaspettata

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Una storia di crescita, inaspettata e irrefrenabile. E’ il nuovo romanzo di Marco Marsullo

Non sono tantissime le storie d’amore che lasciano il segno. Quella scritta da Marco Marsullo, sì. Perché non è scontata e pone il lettore di fronte a questioni inusuali. Perché il sentimento raccontato cambia pagina dopo pagina, riuscendo a modificare il protagonista che, alla fine, si ritrova in pratica catapultato sul lato opposto del fiume della sua esistenza. Ritrovandosi ad amare ancor di più proprio nell’istante della perdita, rinunciando a quel rapporto per il quale avrebbe (no: ha!) dato semplicemente tutto.

Quattro i personaggi di questa storia. Niccolò, il protagonista, è uno scrittore di 25 anni che ha avuto un buon riscontro con il suo primo romanzo ma ora è in crisi creativa. Simona è la sua neo-fidanzata, una giovane mamma con sogni di palcoscenico e animata da una psicologia in grado di marcare presenza anche quando lontana:

«lei era così: quando pensavi di aver compreso una sfumatura del suo carattere fortissimo e fragile allo stesso tempo, arrivava la mazzata, l’errore di sistema che ti costringeva a riavviare»,

E’ stata abbandonata subito dopo il parto da un argentino musicista di strada, o qualcosa del genere. Proprio lui diventa, dopo diversi capitoli, il terzo attore in scena. Infine, ma non da ultimo, ecco Lorenzo: un bambino di quattro anni che vede male la relazione tra la madre appena descritta e lo scrittore napoletano.

A dirla semplice la mamma, chiamata dalle sue ambizioni artistiche in una tournée, chiede a Niccolò di occuparsi del bambino per un paio di settimane. Che poi diventano due mesi, quattro, un anno: quello del titolo. La convivenza, che presenta anche risvolti ostici, si avventura in un percorso che a dire interessante è ancora poco. Con i reciproci annusamenti, le piccole grandi conquiste, i grossi effettivi problemi (come l’arrivo del padre argentino, che non aveva mai visto il bimbo ma si installa ugualmente in casa con loro), la loro risoluzione.

Marco Marsullo ha una scrittura semplice ma non banale. E’ cauto e preciso nell’intingere il suo pennino nel calamaio, cura i dettagli e non si lascia prendere troppo la mano dal sentimentalismo. Il bambino viene narrato con realismo, nei momenti di crisi come in quelli di straripante euforia:

«I bambini non sono timidi. Osservano. Guardano i volti. Hanno un codice di interpretazione del genere umano diverso da quello degli adulti. Loro non chiedno con la voce, lo fanno con gli occhi. E agli occhi di un bambino non si può nascondere niente. Anche se lì per lì sembrano crederti, continueranno a scrutare finchè il loro sguardo non si sarà posato sulla verità.»

Lo scrittore napoletano non manca di quella sapida ironia che i lettori già hanno conosciuto e apprezzato nello splendido esordio «Atletico Minaccia Football Club» (del 2013) e anche in questo romanzo non mancano i riferimenti al mondo del pallone.

In certi momenti non si sa se sia più bambino il piccolo, il facente funzione padre o il padre biologico, fatto sta che questo romanzo assume panni anche sociologici sulla possibilità di neofamiglia d’oggi, estrapolandone i valori veri (e ci sono!). Infine il dato importante, giudizio del tutto personale, è che «L’anno in cui imparai a leggere» induce il lettore, ogni lettore, ad un pensiero speranzoso verso il futuro. E questa voglia è aria necessaria per i nostri tempi, così ripiegati sul passato.

«L’anno in cui imparai a leggere», 2019, di Marco Marsullo, ed. Einaudi Stile libero, pag. 288, Euro. 18,00.

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