Punti interrogativi senza frase

Di

” (…) Io sono come un pianoforte con un tasto rotto. L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi. E giorno e notte si assomigliano, nella poca luce che trafigge i vetri opachi. Me la faccio ancora sotto perché ho paura, per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura. Puzza di piscio e segatura. Questa è malattia mentale e non esiste cura. (…)

Maria* è un donnino mite e gentile, nei suoi riflessi pacati e nella precisione con cui fa scivolare dolcemente le parole c’è una lucidità notevole, e soprattutto una serenità che non ci si aspetterebbe. Ha deciso di contattarci per raccontare la sua storia di disagio psichico.

Maria comincia a raccontarci la sua storia. Ricoverata per la prima volta nel 1997, per depressione severa e alcolismo secondario, dopo il primo mese all’OSC**, reputa la sua degenza positiva: “…Sono stata accolta bene e non sono stata giudicata. Gli infermieri erano umani.” Sussurra con la sua voce flebile Maria.

Troppi lutti

Dopo una degenza di circa quattro mesi, Maria viene mandata al centro riabilitazione di Cagiallo dove segue un percorso terapeutico per disintossicarsi.

“Una volta fuori, sono rimasta serena per 6 o 7 mesi e ho anche ripreso a lavorare come insegnante. Poi la vita mi ha imposto una serie di lutti a catena, i miei tre nonni, padre e madre e marito…”: la psiche di Maria viene messa a dura prova, un vissuto che spaventa tutti noi e che in fondo non può che raccogliere a piene mani la nostra comprensione.

Maria scende nei dettagli della sua vita, racconta di avere due figli intorno ai trent’anni, un maschio e una femmina. Maria ha tenuto duro: “…finche i figli sono stati in casa mi facevo coraggio, preparavo da mangiare, avevo un minimo di contati sociali. Poi sono usciti di casa e mi sono trovata sola.” E nella solitudine torna la bestia nera.

“Visto che da sola non riuscivo stare a casa, mi lasciavo morire, ho fatto tre anni a Villa Alta, un centro abitativo ricreativo di lavoro. Una specie di istituto protetto. Anche lì in fondo mi sono trovata bene. Mi ha salvato tanto l’attività fisica e lo sport allora. Con persone solidali ed affettuose.”

Ha quasi solo parole buone per gli operatori e la struttura, Maria, si è sentita compresa e seguita.

“…Poi ho condiviso un appartamento protetto con un altro signore. Ma le cose non funzionavano e sono tornata ad abitare sola. Oggi ho una vita relativamente serena, mi ha aiutato molto leggere e scrivere, soprattutto nei momenti difficili.

Ho anche fatto tanti incontri interessanti, non è vero che chi è “matto” non può avere una vita sociale.”.

Maria affronta anche la tangibile e dura realtà, di dipendenze che spesso portano alla morte, persone che nonostante l’aiuto e il sostegno, non riescono, come Maria, a scrollarsi di dosso la bestia che li divora:

“Posso dire con certezza che molti sono morti negli anni, persone che conoscevo bene. Molti anche per suicidio, suicidi che secondo la mia opinione, vengono occultati per non mettere in cattiva luce l’ente.

Dell’appartamento dove risiedevo sono morti tutti, parliamo di 5 persone, ma solo una di loro per anzianità e cancro.”

E oggi, Maria? Le chiediamo dell’oggi, di lei che vive in un appartamento, segue la sua terapia, e sembra molto pacata e serena:

“Io oggi vado un giorno a settimana a degli incontri relazionali, ogni tanto vado al Club 74, un’associazione di pazienti, ex pazienti ed operatori. Se fossi rimasta chiusa in reparto a fumare e a bere caffè sarei impazzita. Con la reclusione il tasso di aggressività aumenta. Se sei isolato e vedi sempre le stesse persone si creano ruggini e frizioni. Che non hanno valvole di sfogo

Seguo assiduamente una terapia farmacologica. Se mi chiedi come mi sento, ti rispondo come una persona che ha fatto un percorso alternativo, mi sento sufficientemente matura e serena, ho un bel rapporto coi figli, ho un compagno da qualche anno. Faccio se posso attività sportiva, e questo mi aiuta molto, ho sempre coltivato degli interessi e ho avuto la fortuna di avere avuto dei colleghi che non mi hanno mai abbandonato.”

Piccole fortune preziose in un mondo di fango torbido, lampi di luce costruiti con fatica e grande sforzo. Maria ci ha lasciato l’impressione di una persona bella, in cui convivono equilibrio, bontà e altruismo. Certo, si coglie anche la sofferenza, come un gatto acciambellato ai suoi piedi, ma sembra ormai una convivenza più che una lotta.

*Maria: nome fittizio, il nome reale è a conoscenza della redazione

**OSC: Organizzazione Sociopsichiatrica Cantonale

***CARL: Centro Abitativo Ricreativo e di Lavoro

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