Quaden il nano è un fake?

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Alcune persone, hanno messo in dubbio la storia di Quaden Bayles che abbiamo pubblicato domenica scorsa. Avevamo parlato dela triste storia del bimbo, affetto da nanismo e di sangue aborigeno australiano, che subiva il bullismo di altri bambini a scuola. (leggi qui)

Ora sono sorti dei dubbi sulla storia, veicolati da alcuni siti australiani e da immagini che certificherebbero, senza nessuna prova peraltro, che Quaden avrebbe organizzato tutto per soldi. Sgombriamo subito il campo dai dubbi, soprattutto per coloro che si sono commossi al pianto rabbioso del bambino che dichiarava di voler morire per non dover più sopportare vessazioni a scuola. Non è un fake. 


Al limite possiamo mettere nella categoria dei fake, o dello sciacallaggio, proprio le storie che negano, dando un altro colpo crudele alla famiglia, sfruttando le tristi vicissitudini del bambino. Alcuni internauti e utenti di Gas, magari più attenti di altri, ci hanno chiesto di verificare.

Non è difficile, in fondo la storia di Quaden, piccolo aborigeno, è tracciabilissima, anche perché ha una sua pagina Instagram con 19’000 followers collegata a Gofundme, una piattaforma che raccoglie fondi, in questo caso e in altri simili, spesso per pagare cure altrimenti al di fuori della portata della famiglia. Quaden ha effettivamente 9 anni e non 18, come insinuano alcuni, ed è di sangue aborigeno. Questo fattore e il nanismo, legati sicuramente anche all’invidia, lo rendono particolarmente vulnerabile allo scherno.

Una colpa? No. Sovente ragazzini, persone disabili o con gravi malattie, hanno dei profili popolari, che spesso raccolgono l’empatia di molte persone. Succede anche a casa nostra, per esempio su FB. È in fondo una forma di solidarietà, una sorta di strada maestra sui social per chi è finito invece in un vicolo per colpa della vita.

C’è anche una realtà che qualsiasi genitore può riconoscere, il pianto di rabbia e dolore del bambino se è simulato, merita l’Oscar. Ma un Oscar che far sembrare Haley Joel Osment (il bambino protagonista de “Il sesto senso”) un guitto da fiera popolare.

Quaden ha mosso anche il mondo dello spettacolo e dello sport. Oltre a messaggi di solidarietà dal conterraneo Hugh Jackman (Wolwerine), è stato invitato in campo in una di quelle partite di rugby, tanto popolari in Australia, da una squadra di All Stars della NRA.

Una squadra composta solo da persone di sangue aborigeno.

E allora la lotta di tutti i giorni di Quaden è diventata anche quella di un popolo, che subisce da secoli maltrattamenti e pregiudizi, che vede morire lentamente la propria cultura.

È commovente vedere entrare in campo questi giganti che tengono la mano del minuscolo Quaden mentre regge in mano la palla ovale, tra pitture tribali e il suono vibrante e cupo dei didgeridoo

Già in Sudafrica il rugby, grazie a Nelson Mandela, divenne veicolo per combattere il razzismo e unire una nazione, ne possiamo vedere la meravigliosa storia nel film “Invictus” di Clint Eastwood. Oggi è ancora il rugby a portare valori fondanti in campo, come la protezione dei più deboli, la lealtà e il rifiuto del razzismo. 

Per cui, la storia di Quaden è vera, il suo dolore è vero. E se ha due foto dove porta una maglietta di Gucci tarocca, non vuol dire che sia milionario, e anche se lo fosse, non è che la sua sofferenza ne finirebbe sminuita. La cosa fondamentale è lottare come giganti in campo contro il pregiudizio, contro le consuetudini stupide e contro le battute idiote. Tutti ne facciamo, non è una tragedia, basta solo capirlo a un certo punto. Quaden ci ha aiutati ad essere migliori.

Questa è la lezione, al saldo di bufale e realtà.

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