Quando Google Maps si fa arte

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Immagino sappiate tutti cosa sia Google Maps. Per quei pochi che invece sono appena sbarcati da Marte diciamo loro che si tratta di un servizio molto utile. Di una di quelle diavolerie recenti che mai ci saremmo sognati potessero esistere, anche solo vent’anni fa. Google Maps dà la possibilità a tutti di visualizzare e compiere ricerche sulle mappe geografiche di buona parte del Pianeta. Accessibile dall’omonimo sito web, o grazie all’applicazione che possiamo scaricare gratuitamente sul nostro smartphone, ci consente di trovare con un clic ristoranti, monumenti e negozi. Possiamo anche visualizzare il percorso migliore tra due punti e capire quanto ci si mette a piedi, in auto, con i mezzi pubblici.

Insomma, è probabile che molti di voi l’abbiano usata, Google Maps, per evitare strade troppo trafficate, per trovare il percorso più rapido o, come navigatore, per raggiungere luoghi in cui non eravate mai stati prima di allora. Ebbene, l’uso che ne ha fatto però il performer tedesco Simon Weckert ci lascia davvero di stucco. Con quel genio misto follia che è il tratto distintivo di ogni artista che si rispetti, Weckert, ha hackerato il sistema. Ha fatto diventare arte una delle cose più stressanti e fastidiose del presente. Ha reso artistico perfino il traffico. C’è peraltro chi in passato lo aveva fatto con la merda.

Ma, in pratica, cosa ha fatto quest’artista tedesco? Ha percorso, a piedi, diverse stradine secondarie di Berlino, trascinando con sé un carretto riempito di novantanove smartphone accesi. Accesi e tutti connessi al navigatore di Google che ne ha registrato la posizione, facendo così apparire congestionate delle vie che in verità non lo erano. Già. Ma cos’è la verità? Di sicuro non era quello che Google Maps segnalava in rosso agli altri utenti in quel momento. Una trovata tanto semplice quanto ingegnosa con la quale Simon Weckert ci ha mostrato una volta di più, come spesso, le nostre, siano false verità, o siano solo, in parte, delle verità. Spesso dipende dal punto di vista. E farci riflettere su tutto ciò è quello che talvolta riesce a fare l’arte.

Pensiamo, per esempio, a Banksy o a Cattelan e al loro modo intelligente e provocatorio di leggere il presente e la società che ci circonda. L’arte, al meglio delle sue possibilità, riesce a catturare l’essenza delle cose. Riesce a piegarla e farne altro così come la merda inscatolata fece tempo fa. Una chiara critica e una provocazione nei confronti della nostra società capitalista. Una scatola di latta con escrementi d’artista al suo interno, un oggetto, che nel corso degli anni ha paradossalmente aumentato il suo valore ben più di quanto abbia fatto l’oro. A dimostrazione di come tutto sia un abbaglio, un miraggio. Le convinzioni sono polvere che ci scivola tra le dita e il pensiero, spesso, è soltanto energia paludosa che non porta a nulla e non serve a nulla. Se non ad assecondare il bisogno di ordine di fronte al caos che ci circonda. E l’arte non è altro che un agente del caos. Capace di smascherare anche Google Maps.

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