Quel mestiere da influencer

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Massimiliano Ay e Lea Ferrari, i due deputati comunisti in Gran Consiglio, non ci stanno. Non a questo gioco. Non di fronte a certe scemenze che sembrano figlie della peggior televisione berlusconiana, di quel trash che ormai si diverte a rincorrersi dando il peggio del peggio di sé. Un po’ ovunque. In maniera globale e totale. Come nel caso di Camilla Neuroni (un cognome d’arte, vero?), la giovane luganese rimbalzata agli onori delle cronache per aver esibito con grande generosità il proprio fisico da Barbie e un canotto al posto delle labbra, all’interno del reality di MTV Italia “Riccanza”.

 Il perfetto mix tra ricchezza e ignoranza. Perché, prendendo a prestito il titolo di un celeberrimo quadro di Francisco Goya, il sonno della ragione non può che generare mostri. Anzi, di più, perché oggi i nuovi mostri non hanno nemmeno più il pudore o il timore di mostrarsi alla luce del sole, ma vanno fieri delle propria aberrazione. E fa un po’ specie dover leggere sui portali informativi della Svizzera italiana che, gli unici rimasti ad arginare la deriva raggiunta da certe tristi figurine, debbano essere quelli del Partito Comunista. 

A fine gennaio la neonata Città dei Mestieri ospitava un evento che non è passato inosservato. Non agli occhi di Ay, né a quelli della Ferrari. “Professione influencer”, proprio così. Perché ormai, ammettiamolo, abbiamo sdoganato tutto o quasi. Anche la peggiore delle influenze. Quella del vuoto pneumatico imperante. Della fine di tutto, tranne di quel cancro che si chiama neoliberismo. Figlio di un capitalismo che non ha più alcun tipo di anticorpo a combatterlo e che oggi non si vergogna neppure delle proprie derive, ma le ha piuttosto promosse a modello. O peggio se le coccola.

L’ostentazione della ricchezza, la prevaricazione e l’abuso sono già da un po’ moneta corrente. Quella di coloro che, come certi trapper che fanno della “musica” trap (da non confondere coi cacciatori di pelli del Far West), hanno costruito la loro fortuna sul nulla mischiato col niente. Un nulla che rimbalza nelle parole vacue di donna Camilla: “Influencer precari? Io con un post guadagno 2.000 franchi” o, peggio ancora, riferendosi alla Svizzera le abbiamo sentito dire che “Qui sono tutti ricchi. Di poveri non ce ne sono e, se ci sono, si trovano nei bunker perché io non li vedo”. (Leggi sotto )

Non è possibile che oggi, anche nel piccolo Ticino, debba essere il Partito Comunista a presentare un’interpellanza al Consiglio di Stato nella quale ci si chiede perché tutto ciò possa accada e sia lecito presentare come una cosa del tutto normale un’attività lavorativa “precaria e che getta fumo negli occhi a quei giovani che si illuderanno per conseguenza di poter svolgere questa mansione come fonte principale del proprio sostegno finanziario”. Già, perché? In un tempo nemmeno poi così lontano i proletari (chiamati così perché tutto ciò che possedevano erano i figli e pochi altri stracci) di fronte alla volgarità e all’offesa della ricchezza vedevano rosso e fumavano dalle orecchie. Oggi invece sbavano. Convinti di poter risolvere tutti i problemi, diventando ricchi con un click.

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