Quo vadis, coronavirus?

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“La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà!”, era uno degli slogan in voga alla fine degli anni settanta. Apparve sui muri della facoltà di Lettere dell’Università di Roma. Già motto anarchico alla fine dell’Ottocento, prima ancora che dal movimento studentesco, fu adottato nel Sessantotto dalla contestazione giovanile. Proprio così, grazie a Dio, una risata ci seppellirà tutti. L’unica certezza, in questi giorni di paura e angoscia, è questa. Mentre il conta-morti viene aggiornato di ora in ora, c’è chi col passare dei giorni, il coronavirus, lo ha già definito come la tempesta perfetta.

È il filosofo Umberto Galimberti. Lui quest’argomento lo conosce piuttosto bene: “Gli eccessi di angoscia portano a comportamenti pazzi, non mirati. Non ci si può difendere dalla diffusione del virus e si finisce per dubitare di tutti, con la conseguenza che i rapporti personali diventano sempre più inquietanti. La paura, infatti, è un ottimo meccanismo di difesa, perché siamo di fronte a un soggetto determinato. L’angoscia invece subentra quando non si capisce da dove viene il pericolo. Non c’è un soggetto chiaro davanti a noi, ma un nemico che non si vede. I bambini, non a caso, non hanno paura ma provano angosce.”

La stessa profonda inquietudine che, soprattutto in Lombardia, negli scorsi giorni ha portato la gente ad assaltare i supermercati. Con tanto di risse e scene da Far West fra gli scaffali svuotati. Certo, il coronavirus, è alle nostre porte. È ormai arrivato. E con ogni probabilità, dall’Italia, prima o poi entrerà senza bussare. Senza chiedere il permesso. O forse, chissà, magari è già qui. Perché di sicuro, più che una reale minaccia per la nostra salute, è un tarlo che si mangia i pensieri. Che rosicchia e scava trincee nella nostra mente. Lo ha già fatto.  

Con il terrore che corre veloce sui social network, sarà ricordato come un virus capace di amplificare la psicosi. Perché la pandemia degli sciacalli farà di sicuro molte più vittime di quelle che sta lasciando e lascerà sul campo il coronavirus. Storditi dai latrati. Dal clamore di un coro mediatico assordante. Di chi apre bocca e le dà fiato senza nemmeno pensare per un solo istante ai danni che sta facendo. O alle fesserie che sta infilando. “Perché l’Italia si è fatta cogliere alla sprovvista e all’emergenza coronavirus ha reagito in maniera scomposta”, commentava ieri intrepido il buon Fabio Regazzi, presidente dell’Associazione industrie ticinesi.

Perché, dai, noi siamo i primi della classe. Lo siamo da sempre. E, figurati, fosse capitato a noi avremmo di sicuro fatto di più e meglio. “Dovremmo chiudere le frontiere almeno per cinque giorni, per evitare l’afflusso di settantamila frontalieri. Serve tempo per stabilizzare la situazione in Lombardia e consentire al Ticino di prepararsi adeguatamente all’emergenza”, aggiungeva, sempre ieri, il presidente dell’ordine dei medici del Cantone, Franco Denti, deluso dall’atteggiamento fin qui tenuto da Berna. 

Due splendidi esempi di come, anche in Ticino, alla dittatura dell’incompetenza e a taluni politici gonfi d’arroganza, andrebbe sempre anteposto l’esercizio della prudenza, unito magari a un briciolo di fiducia in più nella scienza. “I virus c’erano molto prima di noi e ci saranno quando l’umanità sarà estinta, soprattutto se proseguirà con certi comportamenti sconsiderati”, conclude serafico Umberto Galimberti nella sua riflessione su quanto sta accadendo in questi giorni di delirio collettivo da coronavirus. Una follia stemperata in parte da chi, di fronte allo spettro della morte e agli scenari apocalittici tanto cari a un certo allarmismo giornalistico ormai imperante, è ancora capace di anteporre una sana risata liberatoria. 

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