Salvini, la legge presenta il conto

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E processo sarà. O almeno, potrebbe essere, per Matteo Salvini, dopo che il Senato ha votato SI all’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro per il blocco di 131 migranti sulla nave militare Gregoretti nel luglio scorso. Potrebbe essere, perché, a livello procedurale, le carte torneranno al tribunale ordinario di Catania, che dovrà decidere se rinviare a giudizio Salvini, come chiesto dal Tribunale dei Ministri, o se, come invece proposto dalla procura etnea inizialmente, archiviare il procedimento. Un inghippo giuridico su cui, però, la giurisprudenza sembra propendere per la prima soluzione, considerando la decisione del tribunale dei ministri un’imputazione coatta, per cui il procuratore Zuccaro (quello delle infruttuose inchieste sulle ONG) sarebbe obbligato a chiedere al giudice delle indagini preliminari di mandare Salvini a processo, e spetterebbe poi al Gip deliberare in tal senso o prosciogliere il leader leghista.

Fin qui l’aspetto puramente legale: ma è sul piano politico che quanto successo due giorni fa  ha le sue conseguenze più rilevanti. Diciamo subito che, per effetto della Legge Severino, una condanna già in primo grado potrebbe comportare la sospensione per un massimo di 18 mesi dalla carica di senatore: ma anche qui, la legge riguardo le cariche nazionali non prevede espressamente questa ipotesi, per cui potrebbe essere il Senato a votare al riguardo, come avvenne per la decadenza da senatore di Berlusconi, o essere i giudici a stabilirla coattivamente. In sostanza Salvini sarebbe sospeso dalla carica di senatore ma libero di candidarsi in eventuali nuove elezioni e svolgere campagna elettorale. In caso di condanna definitiva, invece, scatterebbe la decadenza dalla carica ricoperta e l’incandidabilità: sarebbe, dunque la fine politica di Salvini. 

Il quale ha  reagito, ovviamente, con la tronfia arroganza che lo contraddistingue, non lesinando l’utilizzo dei figli per perorare la propria causa di difensore dei confini italiani (da cosa, al momento, non è ancora dato saperlo), e dichiarando eroicamente di “aver deciso lui” di essere processato (e ci chiediamo qui, nel caso avesse deciso il contrario, come pensava di opporsi a un voto comunque numericamente sfavorevole: fuga ad Hammamet fai-da-te, no Alpitour? Assedio del parlamento, marcia Abbiategrasso-Roma?..).

Al netto del disgusto per le sparate da giullare, e dell’inevitabile, spontanea tifoseria che Salvini non riesce a non suscitare, con allegato giustizialismo, si pone, politicamente, il dubbio sull’opportunità di cercare di far fuori il suddetto per via giudiziaria: perché, e negarlo è ipocrita, il voto per il processo è un voto soprattutto politico, con i 5Stelle impegnati nell’ennesima giravolta dopo il NO nel caso della nave Diciotti ai tempi del governo con la Lega. Si sostiene da più parti che il processo a Salvini è un boomerang, che non farà che rafforzarlo ponendolo nel ruolo di vittima perseguitata dalla ka$ta (Lorenzo Quadri, esci da questo corpo!), fatto fuori per via giudiziaria, che va sconfitto politicamente, ecc. ecc. ecc.. E potrebbe essere in parte vero. Ma c’è un dato fondamentale che, al di là di ciò, viene fuori dal voto del Senato, ovvero che l’arroganza e la prepotenza prima o poi si pagano; che l’azzardo spesso costa, e l’eccessiva sicurezza di sè porta solo a brutte sorprese: il Papeete insegna. Che c’è, fortunatamente, una legge che si può sbeffeggiare, calpestare, piegare agli istinti bassi e sputacchiosi della marmaglia urlante sotto il palco di un comizio, ma che è là, scritta sulla carta, e prima o poi, al mutare delle fortune, presenta il conto. Una legge a cui nemmeno colui che poco tempo prima invocava pieni poteri è superiore.

E, si perdoni il riaffiorare della summenzionata tifoseria, se i processi e le condanne possono servire a togliere un personaggio ignobile come Salvini dalla scena politica, ben vengano: perché, al di là di tutto, non sono che la diretta conseguenza di un agire politico prepotente, superbo, estraneo ad ogni senso di dignità delle istituzioni, piegate a una campagna elettorale permanente. Oggi è la Gregoretti, a breve saranno il caso Open Arms e il processo di diffamazione nei confronti di Carola Rackete a ricordare a Salvini che scelte politiche scellerate hanno delle conseguenze, anche giudiziarie: lo Stato di diritto, presto  o tardi, chiede il conto, e non si risolve con un tweet o una diretta Facebook. Se Salvini sarà, infine, prosciolto, sarà per una pronuncia della medesima Legge, non per una decisione arbitraria o un sondaggio online, sarà comunque un precedente che dimostra i limiti di un atteggiamento politico arrogante: e nessuno scatenerà la gogna per i giudici. Al contrario suo.

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