4 anni e mezzo per avere giustizia

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri, un contributo di Adriana, che più di 4 anni fa perse un figlio in un incidente ad opera di un pirata della strada. Quattro anni di dolore e calvario, nell’attesa che la giustizia mettesse la parola fine a questa tragedia, visto che il processo si terrà oggi.

Perché quello che spesso non si capisce, sono le schegge che rimangono nel cuore e continuano a lavorare, finché la nostra mente non riesce in qualche modo a mettere la parola fine a un’ordalia che continua a corrodere l’anima. Forse i funzionari del tribunale, o il procuratore in questo caso, dovrebbero tenere presente che ci sono persone che aspettano in stasi che succeda qualcosa, di buono o di cattivo ma succeda. Infatti non è normale che si risolva in un paio di mesi un caso di diffamazione e invece un procedimento così attenda quattro anni il suo epilogo

“Dopo 4 anni e 4 lunghissimi mesi, finalmente è arrivato il giorno del processo che si svolgerà alle Assise Criminali di Lugano, contro chi causò l’incidente della circolazione dove perse la vita il mio unico figlio ventunenne.

Anni di dolore e disperazione, dove tutto ti sembra buio, senza via d’uscita, dove non riesci più a dare un senso alla tua vita.

Un percorso lungo, effettuato con un aiuto psicologico e pure farmacologico.

Quante volte mi sono ritrovata in casa ad urlare “PERCHÉ”? E piangere tutto il mio dolore.

Ho cercato piano piano di risalire la scala, mese dopo mese, anno dopo anno. Purtroppo c’era sempre un pensiero assillante, quello del processo che ci sarebbe stato, la “spada di Damocle” come la definivo io.

Gli ultimi due anni il nostro avvocato ha inoltrato innumerevoli sollecitazioni alla procura, affinché procedesse in modo solerte, a depositare il decreto d’accusa. Spesso tali sollecitazioni non ricevevano nemmeno una risposta.

Ora il momento è arrivato, tardi, tardissimo. Mi sento precipitare da quella scala, che ho risalito con tanta fatica. Perchè aspettare più di 4 anni? È come riaprire una ferita che ci ha messo tanto tempo a rimarginarsi.

Io oggi  me ne rimango a casa, con il mio dolore, Nicola, perdonami! Non ce la faccio, non trovo il coraggio di rivivere questa terribile tragedia.

Mi auguro che in futuro, da parte della Procura, venga riservata maggior sensibilità e delicatezza per casi analoghi.”

Avevamo intervistato Adriana nel 2016, a pochi mesi dalla morte del figlio, in merito alla votazione sui radar mobili, rimarcando che la pirateria della strada non si può relegare sempre a un bicchierino di troppo o all’innocente abitudine di schiacciare il gas. Dietro le tragedie della strada ci sono le vittime primarie, i morti e i feriti, e poi quelle secondarie, i parenti, i genitori, gli amici. Quelli che si chiedono “perché”? (leggi qui sotto) e che attendono giustizia.

Non parliamo di vendetta, ma di parole che mettano una fine, che diano un epilogo alla tragedia.

Adriana ha atteso quattro anni, e ci ha detto che non andrà al processo, non ce la fa proprio. Da parte nostra speriamo che riesca ancora a vedere il bello della vita. Lo deve a se stessa e a suo figlio che non c’è più, ma è come se ci fosse e che tra poco, forse, potrà trovare pace nel cuore di sua madre.

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