Andata e ritorno ai tempi del Covid-19 pt.3

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(leggi qui la prima parte e la seconda parte)

Sul volo di rientro per l’Italia, una signora chiede insistentemente all’hostess informazioni su cosa troverà all’arrivo, è preoccupata perché dovrà andare sino a Venezia in treno. I ragazzi di ritorno da Eurodisney chiacchierano, ridono, indossano i gadget acquistati. Raccogliamo le prime preoccupazioni, i primi frutti negativi, le hostess ci raccontano che in questi giorni a loro sono stati annullati parecchi servizi e che, dall’indomani, saranno in cassa integrazione per un periodo incerto.

Arrivati a Malpensa, per prima cosa, ad attenderci c’è il controllo della temperatura effettuato da operatori della Croce Rossa con mascherina e guanti. L’aeroporto è quasi deserto. Le poche decine di persone che incontriamo sono senza protezioni, anche l’autista del pulmino che ci porta al parcheggio è senza, ci racconta però di una situazione surreale, strade deserte, di aziende chiuse, di auto della polizia locale che passano nelle vie a consigliare di non muoversi dalle proprie abitazioni se non per necessità.

Sappiamo che per circolare serve un’autodichiarazione che giustifichi il movimento, l’abbiamo già compilata e corredata di biglietti aerei che dimostrano il nostro rientro, comunque non ci fermerà nessuno.

È vero, le strade, normalmente molto trafficate sono quasi vuote, gente in giro veramente poca. Arriviamo a casa passando dalla zona industriale/artigianale di Cuggiono dove però i parcheggi delle ditte sono pieni di auto, almeno un po’ di persone sono al lavoro.

La spesa al piccolo supermercato assume un che di surreale, faccio coda di circa un’ora perché l’accesso è regolamentato da un addetto, si entra una-due persone alla volta e solo quando ne escono altrettante. Gli scaffali di alcuni beni, pasta, farina, pelati, scatolame sono vuoti o quasi. Non mi era mai capitata una cosa del genere. Le cassiere sono munite di guanti, mascherina e schermo per gli occhi, poverine, chissà che fatica.

Le comunicazioni sono martellanti e a nastro continuo, i talk show delle più svariate televisioni e i giornalisti che li conducono sono spesso come sempre, se possibile più di sempre, oltre il limite della decenza: come al solito pietismo, esperti o sedicenti tali che urlano scambiandosi accuse di incapacità, dati scientifici centellinati ed utilizzati a proprio uso.

Anche i politici provano a sguazzare in questo brodo come sempre in cerca di consensi, alcuni in perenne campagna elettorale senza remora a utilizzare situazioni che richiederebbero invece pacatezza e sobrietà. Basti pensare a presidenti e assessori di regioni del Nord in perenne polemica con il governo centrale.

Credo che in momenti come questi servano invece comunicazioni chiare, scientificamente ponderate e valutate, scevre da tatticismi politici e personalismi di sorta: servono indicazioni concrete che non vadano ad aggravare inutilmente una situazione già molto complicata.

Il governo ha facoltà, lo dice la Costituzione, di imporre restrizioni a fronte di necessità sanitarie, di ordine pubblico ma deve quanto prima ripristinare la situazione di diritto e libertà, la nostra è una democrazia, non si basa sulla costrizione ma sulla libertà dell’individuo.

Da quel che vedo e sento la riposta dei singoli cittadini al dover costringersi in casa, alla chiusura delle scuole, alla polizia che pattuglia le strade è stata tutto sommato positiva, vedo e sento però anche gente che plaude alla gestione dell’emergenza attuata in Cina, sul come sono stati capaci di blindare intere province che contano da sole più abitanti dell’Italia salvo poi sapere che nel frattempo hanno approfittato per far sparire qualche oppositore.

Ho quasi la sensazione, mi pare un rischio concreto, che ricette autoritarie proposte da alcuni partiti, in primis la Lega, possano trovare oggi un numero maggiore di seguaci. La sinistra non può scimmiottare quelle tendenze, dobbiamo stare ai vincoli che questa epidemia ci impone ma non dobbiamo tacere, perché la sinistra ha bisogno di gente che pensa.

Ci vengono continuamente sottoposte immagini e dati che rivelano una sanità pubblica che al Nord del paese è quasi al collasso, scarseggiano le apparecchiature specifiche, come i ventilatori polmonari: certo un’emergenza tale non era prevedibile ma se invece di privatizzare a spron battuto, come ha fatto la Lombardia, la sanità fosse rimasta interamente pubblica non saremmo riusciti a far fronte meglio?

In Spagna, con un intervento coraggioso, pochi giorni fa il governo ha, di fatto, nazionalizzato la sanità privata assoggettandola ai bisogni pubblici. Significa pensare e agire in modo tale che la salute pubblica sia più importante del profitto privato. Da noi, in provincia di Milano si discute se opportuno allestire un nuovo ospedale da campo nell’area della vecchia Fiera di Milano oppure utilizzare ospedali dismessi.

Nel frattempo si moltiplicano gli appelli alla solidarietà nazionale, al fatto che tutti siamo sulla stessa barca, che gli italiani, l’Italia, devono reagire all’unisono, tutti abbiamo la stessa responsabilità; i flash mob dai balconi di casa si moltiplicano, chi per suonare la tromba, chi per battere le mani, chi per spegnere le luci e puntare torce verso un satellite, anche la pattuglia acrobatica, le frecce tricolore, dicono la loro; l’importante è essere uniti contro il nemico esterno, come in guerra!

Ma siamo proprio certi che tutti siamo responsabili allo stesso modo? Che tutti dobbiamo portare la stessa croce? Il semplice cittadino e chi ha deciso comunque di comperare armi come ad esempio gli aerei da combattimento F-35? Un solo caccia di quelli costa come 7’113 (settemilacentotredici!) ventilatori polmonari. E ancora, che moria potrà portare un virus di tal fatta tra gli abitanti di un paese povero, dove la sanità è inesistente o riservata ai soli ricchi?

Possiamo ancora ignorare la situazione delle persone più in difficoltà, quelli che hanno situazioni sociali e culturali al limite, gli anziani, quelli con case inadatte a ospitare una quarantena, senza servizi e collegamenti internet, quelli che una casa non ce l’hanno, quelli che sono ristretti nelle galere, i richiedenti asilo negli Sprar, i migranti, i lavoratori stagionali nelle baraccopoli, ambienti che possono diventare spazi di difficoltà e rischio sociale e sanitario.

Finirà, non sappiamo quando, certo non ci si immaginava una situazione come quella che si è rivelata, ma finirà senz’altro, non è ottimismo a tutti i costi ma sarà cosi e probabilmente non sarà più come prima.

Il virus fa paura, fa paura a tutti, non è una questione di classe, poveri e ricchi sono esposti più o meno allo stesso modo. Un po’ come le droghe di ultima generazione, costano poco, tutti se le possono permettere, e attraggono tutti i giovani allo stesso modo. Forse il virus è ancora più perfido, non costa nulla e non devi neppure volerlo, può arrivare da solo, ma poi quello che resterà potrà essere molto diverso tra un cittadino e un altro, tra un ricco e un lavoratore ad esempio.

Dobbiamo ripensare a una società più equa, abbiamo visto che le barricate che voleva erigere qualche comune del Veneto o i muri di Donald Trump al confine con il Messico non servono a fermare i migranti e tantomeno i virus. Dobbiamo ripartire con forza da un’idea di società più equa, è anzitutto uno spazio culturale che la sinistra, le organizzazioni di base, anche i sindacati, non possono delegare.

Contemporaneamente è necessario lottare per un piano che finanzi sanità, welfare, investimenti pubblici, istruzione e ricerca. La crisi del Covid-19 potrebbe rappresentare uno spartiacque tra l’era passata dei tagli alle spese sociali e quella futura dove sarà fondamentale il rilancio di economie sociali e solidali: come si vede di lavoro da fare ce n’è a sufficienza.

Concludo con una nota che potrebbe sembrare superflua ma non lo è. I cittadini marocchini residenti in Italia hanno messo a disposizione le loro case, quelle delle loro famiglie per accogliere gratuitamente quegli italiani rimasti in Marocco. Anche chi scrive ha rischiato di rimanerci, dopo che Rabat ha chiuso le frontiere con il Bel Paese.

Così molti marocchini d’Italia si sono espressi sui social: “Casa dei miei genitori è pronta ad accogliere gli italiani bloccati in Marocco”. “Cari italiani, casa mia è aperta per voi”. “Se c’è un italiano bloccato a causa della chiusura degli aeroporti, lo accolgo gratuitamente”. 

E poi, la “Merzouga Marathon” è stata spostata al 6 settembre, chi viene con me? Battute a parte, un grazie particolare a Marilena, Giovanna e Marco, infaticabili compagni di viaggio in quella che rimarrà un’odissea, per fortuna conclusasi nel migliore dei modi.

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