Canta che ti passa

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Io sto a casa. Lo faccio soprattutto per me. Perché tutta questa faccenda mi preoccupa parecchio. Io ho paura. È un atto di coraggio ammetterlo. La mia età non rientra in una di quelle fasce di grande rischio. Sono sano. Eppure mi cago sotto. Penso di continuo a cosa voglia dire morire soffocato.

Non posso non pensare ai più di 1’800 morti che si sono registrati finora in Italia. Per quella che non è soltanto poco più di un’influenza. No. Non posso non pensare ad amici e parenti che vivono lì. Lombardia, Piemonte, Trentino, Emilia Romagna, Liguria, Toscana. Vorrei abbracciarli, stringerli forte. Dire loro che ci sono. Piangere di gioia e non sentirmi solo.

Io però resto a casa. E, per fortuna, non c’è solo la paura. Lo faccio perché mi sembra un atto di responsabilità e di solidarietà nei confronti di chi è in prima linea. Medici e infermieri che si trovano a dover gestire i casi più gravi. In Lombardia è ormai una corsa contro il tempo. Sono vicini a non avere più letti disponibili in rianimazione. Eppure stringono i denti e vanno avanti. Vado avanti.

A Bergamo, una delle zone più colpite, il suono delle sirene delle ambulanze riecheggia per la città, dal primo pomeriggio a notte fonda. Senza sosta. Sono esattamente quelle le ore della giornata in cui, chi è malato di Covid-19, ne accusa maggiormente i sintomi e può avere delle crisi respiratorie.

Febbre, dolori alle ossa. Tosse. Tosse e sirene. È questa la musica del contagio da Coronavirus. Un requiem che tutti noi possiamo e dobbiamo impegnarci a spegnere, o almeno a contenere, nel migliore dei modi. Lo voglio ripetere, con senso di responsabilità, ma soprattutto pensando a chi rischia di più o, in questo momento si trova in trincea. Non confrontato come me con un’idea, ma avendo la sofferenza e la malattia ben presente, di fronte a sé. Negli occhi e negli orecchi.

Ecco forse spiegato il motivo per cui, in molti, in questi giorni di una fase tutta nuova, hanno partecipato ai flash mob che si sono si sono moltiplicati a macchia d’olio, con appelli sui social un po’ ovunque. Da Bellinzona a Lugano. Da Milano a Palermo. Il Ticino e l’Italia uniti in un unico applauso a medici, infermieri e operatori sanitari che stanno conducendo questa battaglia che è di tutti.

Un modo per farci sentire e per ringraziare chi combatte il Covid-19 in corsia. Un lunghissimo applauso per tutti coloro che sono impegnati in questi giorni difficili a salvare vite umane mettendo a rischio la propria. Tutti affacciati alla finestra o in balcone a cantare (vedi video). Personaggi famosi, o gente comune, poco importa. Quel che davvero conta è farlo tutti assieme. Sì, perché il canto cura l’anima.

Cantare è un modo per ricordarsi di respirare. E lo si può benissimo fare anche stando a casa (vedi video e video). Non si canta perché si è felici, si è felici perché si canta. Ecco. Difficile sapere come andrà a finire ed entro quando. Ecco perché credo che questo sia davvero il momento in cui tutti dovremmo cantare. Unendo le nostre voci. Più forte della tosse e delle sirene.

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