De Luca, mandare a quel paese un ministro costa

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Prima gli scontri frontali con il governo italiano e, in misura minore, con il presidente della Regione Sicilia Musumeci a colpi di ordinanze da sceriffo urbano, culminati nella plateale sceneggiata del “blocco” dei viaggiatori sullo Stretto di Messina con tanto di esuberante (per usare un eufemismo) apparizione in diretta da Barbara D’Urso. Infine, al culmine del teatrino mediatico a uso e consumo dei suoi tifosi, dopo un “vai a fare in culo” in diretta Facebook al ministro degli Interni, accusata di aver abbandonato la Sicilia al suo destino non facendo abbastanza per impedire il rientro dei cittadini dalle zone del Nord, l’istrionico sindaco di Messina, Cateno De Luca, democristiano doc con velleità autonomiste, è stato denunciato per vilipendio. 

Una doverosa premessa: non entro nel merito dei provvedimenti adottati da De Luca, sia in quanto, nonostante le mie origini, non sono geograficamente vicino alla realtà locale, sia perché questa situazione dovuta al coronavirus, lo vediamo anche ultimamente in Ticino, presenta sfumature così varie che una scelta a livello nazionale non sempre va a vantaggio di una realtà locale: leggasi ostracismo di Berna alle misure del Consiglio di Stato Ticinese.

Ciò che va discusso, invece, è la modalità di comunicazione da parte di un rappresentante delle istituzioni e, soprattutto, l’atteggiamento verso queste ultime da parte del  suddetto rappresentante. Che, va detto, da questo punto di vista è in buona compagnia. 

Cateno De Luca, per chi non lo conoscesse, non è nuovo a esibizioni mediatiche e gesti da guitto di vario tipo, dal mettersi in mutande con la bandiera siciliana a mo’ di pareo e la Bibbia in una mano e Pinocchio nell’altra, per protestare contro l’esclusione dalla Commissione Bilancio, fino ai “blitz” contro vari bersagli, ora i venditori ambulanti, ora i dipendenti comunali accusati di essere dei fannulloni, ampiamente pubblicizzati sui social. Ed è proprio sui social che De Luca raccoglie un enorme consenso popolare, simile a quello di personaggi come Salvini, che sfocia generalmente nel vero e proprio tifo da stadio acritico e devoto. Una sorta di piccolo “culto della personalità” opportunamente capitalizzato in queste settimane di emergenza da coronavirus, in cui si susseguono senza sosta le dirette Facebook in cui, fra urla ed espressioni “colorite”, De Luca, con piglio da sceriffo, annuncia vari provvedimenti restrittivi della libertà di movimento,  conditi da minacce gridate (“Dove c**o andate, vi becco tutti a uno a uno!”) e gesti eclatanti, come la ronda per le strade di Messina munito di megafono con cui, testualmente, ordina alla gente di restare in casa (vedi video sotto) e, appunto, la “barricata” al porto contro l’afflusso dei viaggiatori da nord.

Fino all’esplicito invito al ministro degli Interni ad andare “con tutto il rispetto”, a fare in culo che è sfociato nella denuncia. Una logica, legittima conseguenza per chi, nel suo ruolo di rappresentante delle istituzioni, mette alla gogna un ministro della Repubblica in modo volgare e rozzo, offrendola alla platea dei suoi ultras per scatenarne l’istintiva, sanguinolenta reazione: insulti, minacce, inviti a “denunciare tutti”, come nel peggiore dei post salviniani. 

Da chi riveste una carica istituzionale si pretende, o almeno si dovrebbe pretendere, un atteggiamento morale ed etico un gradino superiore a quello dell’elettore comune, che non vuol dire elevarsi su un piedistallo, ma certamente neanche ridurre tutto il proprio repertorio comunicativo a urla, strepiti, insulti e parolacce degni della peggiore delle bettole. È un discorso che abbiamo già visto ampiamente, frutto di quel decadimento della politica figlio dell’epoca dei social e dell’eliminazione di filtri nella comunicazione fra politici ed elettori, tale che la strategia migliore per il consenso sembra essere ormai quella di mostrarsi come “uno di noi”. Quella politica in cui non ci sono più sostenitori consapevoli che sottoscrivono un’idea comune, ma semplicemente tifosi, ultras, adulatori del capopopolo di turno che intrattiene la plebe urlante ora con spettacoli da circo, ora dando in pasto le vittime alle belve che ne bramano il sangue. Quella politica in cui essere uno “del popolo” è una scelta che in genere paga, in termini di consenso, ma che di fatto subordina il ruolo istituzionale alla persona che lo riveste, che diventa il vero centro dell’attenzione, tanto che anche scendere al livello delle bettole viene considerato non solo legittimo, ma addirittura l’atteggiamento giusto da assumere nel dialogo istituzionale. Perché è quello che una persona comune potrebbe assumere in una qualsiasi litigata col vicino di casa e che, nella totale confusione fra persona e ruolo pubblico, fa dire alla maggioranza dei tifosi di Cateno De Luca “ha fatto bene!” o al massimo “forse ha esagerato i toni ma…” a mandare a fare in culo il ministro degli Interni. Ed è paradossale, soprattutto in una città, Messina, il cui sindaco precedente, il pacifista Renato Accorinti, è stato accusato per tutti i 5 anni di legislatura di offendere il “decoro” della carica non indossando una cravatta o andando in giro scalzo, e che ora celebra come eroe della patria un personaggio che di quello stesso decoro fa scempio, arrivando all’insulto verso un’alta carica dello Stato: evidentemente il decoro è una questione di convenienza.

È vera una cosa, e va ammessa infine: che a prescindere dalla evidente gravità del comportamento di De Luca e dalla sua rilevanza penale, in questo momento, forse, si poteva evitare di rispondere a quella che è un’evidente, ennesima e provocatoria sceneggiata da parte di un personaggio politico che delle scene teatrali ha fatto il marchio di fabbrica del suo successo. Forse l’opportunità avrebbe suggerito di attendere tempi migliori, considerato l’evidente caos che anche le scelte e i ritardi a livello governativo hanno causato riguardo gli spostamenti dei cittadini da nord a sud, evitando di gettare benzina sul fuoco, pur nella legittimità della decisione.

Ma è anche vero, e bisogna dire anche questo, che se il livello della comunicazione politica è sceso così in basso è anche a causa dei De Luca e dei Salvini di turno, e che a un certo punto arriva anche il momento in cui bisogna reagire, rendere chiaro che il consenso popolare non è un’unzione divina che autorizza ad andare al di sopra non tanto della legge, quanto delle norme di ordinaria civiltà. Non è, soprattutto, il via libera per i linciaggi mediatici di massa nei confronti di chi osa opporre anche solo una critica all’operato di un politico molto popolare sui social. Funziona così, si chiama democrazia, e prevede anche un’opposizione, e il fatto che non tutti debbano necessariamente sostenere qualcuno: e questo, a prescindere che ai tifosi di De Luca, Salvini e compagnia piaccia o meno. Se insulti pesantemente un’alta carica dello Stato, te ne assumi le conseguenze penali: e non c’è “la gente è con me” che tenga.

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