E ci riscopriamo tutti lombardi

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Qualcuno, forse Lorenzo Quadri, non ricordo, si chiedeva stizzito se siamo diventati la ventunesima regione italiana. I nostri legami con Lombardia e Piemonte, ci impongono infatti di seguirne la sorte.

Non si offendano i ticinesi, i patrizi, come me peraltro. Gente che va fiera della propria svizzeritudine, che in fin dei conti, è figlia di un vassallaggio nemmeno tanto desiderato. 

Questo virus ci ha fatto capire che nonostante tutto, al saldo dei proclami, delle manfrine leghiste e della superiorità non reale ma proclamata, siamo lombardi.

Sono bastate poche settimane per farci non capire, ma rendere conto che senza la Lombardia non siamo nulla. E sia chiaro, non lo dico con scherno alti-leghista, ma con un realismo che ormai è evidente a tutti.

La spesa o la parrucchiera in Italia, la seratina al ristorante, ci sono ora preclusi da un’ordinanza. Quei piccoli contatti con l’Italia non ci sono più. All’amico di Milano possiamo solo scrivere dicendogli che presto passerà. E questo, ammettiamolo, ci ha fatti sentire tagliati fuori da qualcosa che in qualche modo riteniamo nostro. Anche i frontalieri tanto odiati, che non per questo vedono migliorata la loro condizione sociale, soprattutto tra gli irriducibili, si scoprono necessari, anzi, fondamentali. Sistemi informatici, bancari, vendita al dettaglio, logistica, edilizia, non funzionano o funzionano a ritmo ridotto senza di loro. E non parliamo di ospedali, case di cura, case per anziani, rischiano il collasso senza di loro. 

Buona parte del cibo che mangiamo viene dall’Italia, come tante merci al dettaglio.

Perché l’Italia, la Lombardia e il Piemonte, nonostante la righettina tratteggiata sulle cartine, sono talmente legati osmoticamente a noi da non poter essere scissi. Tagliare via l’Italia dal nostro vissuto è inevitabilmente come tagliare un pezzo della nostra anima, della nostra cultura, e ce ne rendiamo conto soprattutto ora. 

Perché siamo svizzeri, ma a nord quella barriera di roccia che è il Gottardo fa da spartiacque a due culture profondamente diverse tra loro.

Lo vediamo nella religione, nel cibo, nelle canzoni, nei proverbi e soprattutto nel pensiero. Per questo noi condivideremo, nel bene e nel male la sorte della Lombardia, non perché lo scegliamo, ma perché nonostante la righettina tratteggiata e rosso, siamo lombardi.

È anche vero che queste due culture sono speculari ed eccezionali a modo loro: quella italica e quella germanica. Ideali sposi che portano alla coppia valori magari opposti ma compensativi. 

Alla fantasia e all’intraprendenza italica, fanno da eco precisione e minuziosità germanica.

Forse questo dovremmo essere noi, un ponte tra due culture, cosa che purtroppo non ci riesce granché bene, perché quel massiccio alpino crea una barriera che magari non c’è nelle nostre teste, ma è ben presente nella nostra cultura, oggi come ai tempi dell’impero romano.

Questa crisi migliorerà i rapporti? Ne dubito. A noi ticinesi in fondo piace questo ruolo, dove ci sentiamo maltrattati e dimenticati dagli amici confederati e dove guardiamo con spocchia dall’alto in basso l’italico vicino.

Sarebbe anche bello che questa crisi ci insegnasse quanto è futile ed inutile una frontiera al giorno d’oggi, quanto è idiota e assurdo fare i sovranisti e strillare alla chiusura di barriere che esistono nella nostra testa, con l’illusione che le cose brutte basta chiuderle fuori per ritrovare il nostro piccolo mondo antico.

Pura illusione, il mostro che ruggisce è già entrato dalla finestra e possiamo decidere se combatterlo coi nostri amici o rifugiarci in soffitta chiudendo la botola sperando che non la sfondi. E mentre siamo seduti sulla botola felici della scelta fatta, giriamo la testa e ci accorgiamo che una mano artigliata sta già entrando dall’abbaino.

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