È urgente un nuovo New Deal

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Al giornalista che gli chiedeva se le banche non potevano dare un contributo finanziario in questo momento particolare, un professore dell’Usi ha risposto: “con le perdite che hanno subito è immaginabile, e possiamo essere contenti, se non saranno loro a chiedere un aiuto pubblico”.

Per assurdo che possa sembrare ha ragione, perché nel mondo finanziarizzato queste sono le regole del gioco. Vediamo dapprima cosa si intende per finanziarizzazione dell’economia con un esempio.

Supponiamo che un’azienda abbia bisogna di capitali per nuovi investimenti. Fino agli anni ‘80 si presentava in banca con un business plan mentre oggi, soprattutto le grosse aziende quotate in borsa, devono passare per i mercati finanziari che decidono o meno se concedere l’aumento azionario in base al possibile rendimento. Se quest’ultimo non è in linea con le aspettative, l’azienda sarà penalizzata a meno che tagli i costi di produzione, che sovente sono quelli del lavoro o degli investimenti nella ricerca e sviluppo.

La prima conseguenza di questo processo decennale è che le case farmaceutiche si sono focalizzate su prodotti ad alto potenziale di guadagno come quelli oncologici e tralasciato quelli legati ai nuovi antibiotici (che hanno somministrato a noi e agli animali talmente in eccesso che oggi non fanno più il loro dovere) o agli antivirali. Gli scienziati sapevano che sarebbe arrivato un virus potenzialmente devastante, e sapevano come intervenire ma non c’erano i finanziamenti necessari per le ricerche.

La seconda conseguenza è che la distribuzione del reddito è decisamente peggiorata in molti Paesi e a livello mondiale. I guadagni vanno a finire soprattutto nelle mani di un piccolo gruppo di persone (10% della popolazione) mentre gli altri hanno visto la loro situazione peggiorare e sono riusciti a mantenere alti i consumi solo grazie al crescente indebitamento (oggi quello privato a livello mondiale è superiore a quello pubblico). Rimane poi una fascia della popolazione (tra il 10 e 15%) – e questo anche nei Paesi ricchi – che non hanno nulla e possono essere dichiarati poveri relativi o assoluti. Anche in questo caso ci sarà un effetto differenziato della crisi e delle misure a dipendenza della classe. “È evidente che la crisi colpirà, e anzi sta già colpendo, in modo diverso le diverse categorie: lavoratori dipendenti “marginali” (lavoretti della gig economy, anche in nero), autonomi e chi il lavoro non ce l’ha; chi dispone di adeguati risparmi e chi non li ha; chi è indebitato e chi non lo è; chi già beneficia di strumenti di welfare e chi è fuori dal circuito; ecc.

Ed è altrettanto evidente che una crisi come l’attuale mette a rischio categorie che finora si sentivano “abbastanza” al riparo, il che determina un impatto sulla psicologia collettiva senza precedenti” [Erico Giovannini, L’Espresso del 22 marzo, p 70]. Tutti questi problemi sono emersi prepotentemente nella crisi del coronavirus, come ormai sappiamo bene. Prima o poi arriverà il vaccino e torneremo alla “normalità” ma senza un cambio radicale del modello che ha imperversato per 4 decadi, presto ci troveremo in una situazione che potrebbe essere devastante.

Il primo passo è evidentemente quello di ridistribuire meglio la ricchezza, con l’obiettivo di garantire una qualità di vita migliore a una parte importante della popolazione. Diventa quindi urgente pensare a una qualche forma di reddito di base universale per almeno due motivi; il primo è che gli esclusi dal benessere che aumenteranno in maniera esponenziale durante la crisi potrebbero primo a poi reagire in maniera anche violenta (ad esempio negli USA molte persone rischiano di non avere accesso a cure e beni primari, ma sono spesso armate); il secondo motivo è che diventa urgente agire al più presto sulla domanda, affinché l’economia possa ripartire velocemente. Nonostante tutto, questo aspetto è centrale perché se si dovessero adottare le solite misure della teoria tradizionale (che hanno dimostrato tutta la loro inefficienza dopo la crisi del 2008) le disparità non farebbero che aumentare creando ulteriori tensioni sociali.

Naturalmente sarebbe auspicabile iniziare da subito a pensare a un nuovo modello di sviluppo che sia più solidale, sostenibile e inclusivo, dove al centro non ci sia la finanza ma l’individuo e la produzione di beni e servizi realmente necessari. Abbiamo la possibilità di trasformare questa esperienza negativa nella possibilità di un nuovo “rimbalzo in avanti” su basi diverse. Un nuovo “New Deal” dove al centro c’è l’individuo e non il capitale. Ma, soprattutto, è centrale poter disporre di un reddito minimo garantito affinché diventi possibile implementare un sistema economico sostenibile, basato sulla possibilità del singolo individuo di sviluppare le proprie potenzialità, indipendentemente dalla classe sociale.

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