Gian Arturo Ferrari, un “Ragazzo Italiano”

Di

Gian Arturo Ferrari: la storia di un bambino che è anche storia di un Paese

Gian Arturo Ferrari è un boss dell’editoria italiana: per molti anni ha diretto la Mondadori (il primo gruppo librario della penisola: quello che comprende Einaudi, Electa, Sperling & Kupfer, Edumond e Piemme, non per dire). Ora, per la prima volta (a 76 anni!), si mette alla prova con «Ragazzo italiano», stampato da Feltrinelli. E qualcuno, vista l’infinita area di conoscenze di questo autore, già addita il debutto come probabile, o perlomeno possibile, vincitore del prossimo Strega. A chi scrive sembra un’esagerazione perché «Ragazzo italiano» è un bel romanzo sì, ma non bellissimo. E comunque non all’altezza de «Il colibrì» di Veronesi (vedi Gas… ) e de «La misura del tempo», di Gianrico Carofiglio (vedi Gas… ).

 Ma veniamo al romanzo vero e proprio. Come da titolo è la storia di un ragazzo e di un paese. Si parte dalla fine della civiltà contadina, quando il protagonista bambino Ninni divide la sua esistenza tra la casa dei nonni in Emilia e la grande città, Milano, che sta riprendendosi dopo la fine della guerra. Due mondi apparentemente contrapposti che però trovano subito una laison chiamata «cambiamento». Agli occhi del piccolo Ninni questo si traduce in «scoperta». Con tutte le difficoltà del caso: lui è in perenne conflitto con il padre (che «aveva dell’ordine una concezione religiosa … c’era in lui un lato inspiegabile, oscuro persino, inquietante») e vive certi segreti con la madre (tipo andare al cinema di pomeriggio). Ascolta e sente i nonni, presenze assai importanti nella sua esistenza. 

Il romanzo si suddivide nelle tre situazioni della iniziale crescita d Ninni: bambino, ragazzino e ragazzo. Momenti pregni di scoperte e contraddizioni, valori e delusioni, rapporti personali belli e brutti.

Gli aspetti qualificanti della narrativa di Ferrari, parere di chi scrive, sono quelli dedicati ai maestri che ha incontrato e conosciuto nella sua formazione. A iniziare da quello delle elementari, dalla terza in poi, che ha avuto un approccio moderno (anche per noi, oggi) quanto efficace. Va citato:

«In questi tre anni avete fatto le vere elementari, nel senso che avete imparato le cose fondamentali, di base, cioè leggere, scrivere e fare i conti. Adesso questi strumenti bisogna che impariamo a usarli, ad adoperarli in concreto. Quindi vedremo cosa conviene leggere e di cosa e come si può scrivere».

E ancora: 

«Scrivere era un altro paio di maniche: scrivere è meglio che parlare, aiuta a chiarirsi le idee, si fa più fatica ma si è meno superficiali. Lui non voleva pensierini, voleva pensieroni, roba grossa, il meglio che ognuno aveva in testa. Temi voleva, anche lunghi… anche se poi quando lascia capire molto dicendo poco… » 

Bastano queste due citazioni per rendere conto dell’essenza del romanzo di Ferrari. Che racconta tanto, 320 le sue pagine, ma fa capire … altro. Perché il rapporto con il sapere in generale, quello della lettura-scrittura in particolare diventa anima della scrittura di Ferrari. Il tutto inserito in un contesto ambientale di grande cambiamento, con l’arrivo di tante «novità» in grado di mutare abitudini e modi di pensare: prende avvio la rivoluzione degli elettrodomestici, il «game over» del mondo contadino. E la crescita di Ninni qui si fa ondivaga, di più: emozionante. Come sulle montagne russe, con accelerazioni e sussulti, grandi conquiste e marce sul posto. Sempre con una passione incondizionata nei confronti della parola scritta, del sapere.  Emblematica una delle frasi finali… «il tempo e la testa andavano adoperati pe studiare e imparare, non per divertirsi. Per divertirsi c’erano le ragazze». Qui un bel discorso, magari in riferimento al #MeToo, ci potrebbe anche stare, d’accordo. Ma Arturo Ferrari sta narrando di altri tempi ed è fedele al modo di pensare di quell’epoca lì (nessuno si senta offeso, per carità).


«Ragazzo italiano», 2020, di Gian Arturo Ferrari, ed. Feltrinelli, pag. 320, Euro. 18,00.

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