Gianni Mura, la poesia nella cronaca

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«Che la terra ti sia lieve», così terminava i suoi saluti finali (coccodrilli) Gianni Mura, il grande giornalista, scrittore, gourmet, appassionato di poesia e canzoni, morto sabato scorso a 74 anni. Non per coronavirus, ma per altro. Proprio nel giorno della «Milano-Sanremo» annullata, proprio nella giornata mondialmente santificata alla poesia. Quando si dice il destino.

Oggi ne scriviamo ripercorrendone le pubblicazioni, tutte divorate, ed un ricordo personale. Perché chi lo ha conosciuto non lo può dimenticare.

Libri preferiti (per chi scrive):

«La fiamma rossa. Storie e strade dei miei tour», 2008, ed. Minimum fax.

Cronache dal Tour di France, una raccolta di storie scritte per «La Repubblica». Si possono trovare pagine memorabili scritte con una semplicità disarmante. Per dirla con Paolo Conte «C’è leggenda e popolo in te». Mura dimostra di essere un vero fuoriclasse della parola. La sua adorazione per il Tour (per la Francia) trova qui la sua massima espressione. Indimenticabili i «pezzi» su Pantani, Casartelli, Ocana… . Lo si legge e si sente il profumo della lavanda in Provenza, e si percepisce un languorino per il foie gras (poi rinnegato, gli è bastata una visita in una «fabbrica di oche» per dire «basta!», «c’è un limite a tutto, anche al mio piatto preferito in assoluto»)

«Tanti amori. Conversazioni con Marco Manzoni», Feltrinelli, 2013.

Ricordi, episodi, racconti di storie sempre affascinanti, non necessariamente dedicate ai cosiddetti campioni, anzi. Fatica e rispetto, valori e gioia nel divertimento. Il calcio come gioco e non come sport, il ciclismo come epopea non solo dei primi. Sport e tanto altro. È lui, è proprio lui: il campione delle parole, la semplicità portata alla sua massima espressione.

Gialli:

«Giallo su giallo», 2010 , Feltrinelli.

Il suo primo romanzo di genere è un omaggio ad uno dei suoi autori preferiti (Simenon, chi d’altri nell’ambito della giallistica? Semplicità e profondità, malinconia e stati d’animo) nel ricordo del padre, ufficiale di polizia. Tante pagine risolte nei resoconti di tappe al Tour. Un paio di giornalisti ticinesi (Ceroni e Ferretti) riconoscibilissimi. Bello ma non bellissimo, scusa, Gianni.

«Ischia», 2012, Feltrinelli. Nuova indagine per il commissario Magritte («baffi alla Paolo Conte, occhi tra il grigio e il verde, vagamente ironici, camminata da orso addomesticato») questa volta raccontata in terza persona. Il giallo trova le sue pagine più belle nell’atto di amore che Mura vuole dedicare ad uno dei suoi luoghi preferiti, quell’isola meta di tante vacanze e letture. Incontri, racconti, e di sottofondo un piacere della vita che ha tutto il suo fascino.

Pubblicazioni libere, il Vero Mura è anche qui:

«Non c’è gusto. Tutto quello che dovreste sapere prima di scegliere un ristorante», 2018. Minimum fax.

Cosa c’è dietro la bella e famosa rubrica settimanale «Mangia e bevi» (su «Il Venerdì» di Repubblica) ? Ecco il dietro le quinte, o se si preferisce il punto di partenza. Gianni Mura riesce a sbalordire con delle apparenti banalità che invece si rivelano semplici verità. Piccoli consigli di lettura dell’ambiente ristorativo, dalla lunghezza della carta («tanti piatti ? diffidate, la freschezza probabilmente non c’è », «telefonate per prenotare due ore prima del pasto e non risponde nessuno? Cambiate indirizzo».). Qui Mura mostra tutta la sua forza: è il suo sguardo bambino, diretto e chiaro. Lontanissimo da ogni forma di retorica (tanto in voga in questo mondo).

«Confesso che ho stonato», 2017, Skira.

Ecco il nostro Grande in un’altra delle sue passioni: la musica. Impressionante il suo sapere in merito: cita versi di brani d’autori sconosciuti (ma bravi!) e racconta della sua ammirazione per Guccini e De Gregori e dell’adorazione per Vinicio Capossela. Racconta di Calvino e Fo, cita i «Dischi del Sole» come fossero attualità ed altre incisioni per palati raffinati. Non solo Italia ma anche tanta Francia. Il tutto come se si fosse a pranzo e si parlasse a ruota libera. Un libretto di 100 pagine appena ma pieno di passione. I capitoli dedicati a Sergio Endrigo, a Enzo Jannacci e Beppe Viola … sono semplicemente da antologia, non solo scolastica. Memorabile anche l’ode allo strumento musicale da lui preferito: la fisarmonica.

Pubblicazioni mai avvenute, o stampate.

Una raccolta delle sue critiche gastronomiche ? I «Mangia e bevi»? «Non se ne parla: troppi i cambiamenti in questo settore. Si arrischia di scriver bene del tal posto e tre mesi dopo ha cambiato gestione e impostazione, o addirittura … non c’è più, trasformato in un take away, se non peggio» questa la risposta alla mia domanda specifica.

Una collezione di «Sette giorni di cattivi pensieri»? Questo sarebbe davvero un bel colpo. Qui non ci sarebbe data di scadenza, e la lettura farebbe bene a tanti. Chissà se un giorno mai … . Stiamo a vedere. Magari con un’appendice dei 100 nomi che ogni fine anno riassume la stagione?

Gianni Mura, l’erede designato di Gianni Brera, è stato davvero un Grandissimo della scrittura. Perché bella persona. Mancherà, non solo a chi lo ha conosciuto ma anche ai normali lettori, i suoi interlocutori preferiti. Chi scrive lo ha conosciuto e ancora oggi vanta ricordi bellissimi. Un pranzo di cassoeula in un maggio caldo, durato fino alle 15.00, allietato da tanto vino e infinite sigarette. Poi una presentazione al pubblico di 300 persone con Mariano Morace (si era a «Tutti i colori del giallo» di Massagno, nel 2009). Lui che da maestro si comporta da attento allievo, curioso e vivace, pronto a interloquire con tutti nel momento dell’aperitivo. Poi «inzingato» inizia ad affabulare, e coinvolgere. Ancora una cena e quando tutti sono pronti per chiudere i battenti eccolo a «La bottiglia della staffa la offro io!». Quello che per noi è il bicchiere per lui è la bottiglia. E fino alle 3.00 di mattina, su di una panchina esterna, a raccontare, del «suo» Chievo, di poeti ingiustamente sconosciuti, di canzoni, partite, politica … . Dopo la notte in albergo il ritorno in treno a Milano, sigillato da una sua telefonata per un «tutto bene», ed un grazie per il libro ricevuto in omaggio, «davvero bello, bello». Era «Storia di un dio da marciapiedi» di Francisco Gonzalez Ledesma, il padre del noir spagnolo. Era riuscito a leggerlo, e tutto! Aveva anche una grandissima capacità e forza lavorativa. Infine una partita a San Siro (Meazza), quando tutti sentono l’adrenalina e lui, tranquillo, a giocare a scopone scientifico con colleghi-amici. Poi, ancora, telefonate per una serata che si sarebbe dovuta tenere in Ticino, per Slow Food. Ma è andata così. Con un’unica certezza finale: «La Repubblica», non sarà più quella di prima. La sua firma, da sola, valeva l’acquisto del quotidiano.

Che la terra gli sia lieve, ma tanto lieve.

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