I curanti dell’ombra

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In queste settimane si sono sprecati elogi e ringraziamenti al personale sanitario che sta facendo fronte all’emergenza sanitaria che ha colpito il nostro mondo. Elogi e ringraziamenti dovuti e che on saranno mai abbastanza. Anche chi sta dietro una cassa e si vede passare davanti gente tutto il giorno ha tutta la nostra stima e gratitudine. Anche i camionisti delle derrate alimentari e di ogni bene necessario sono giustamente rientrati nei ringraziamenti e nelle preghiere di molti.

Ma c’è un’altra categoria che raramente viene citata ma che quotidianamente affronta questa situazione tra le mille difficoltà, perché a volte ci dimentichiamo che in questo Cantone c’è una fetta di popolazione che non vota, perché non può, non si esprime perché non è capace, non decide di stare a casa, perché la sua mobilità dipende da qualcuno, a volte la soddisfazione degli  stessi bisogni primari sono dettati da scelte di altri. È la popolazione che vive negli Istituti Sociali Ticinesi, persone spesso con una sindrome, una patologia, un ritardo. Persone in ritardo, persone che per essere al passo con questa società hanno bisogno di un supporto e questo supporto glielo da il personale socio educativo che lavora in questi Istituti.

In questo momento le cure, i sostegni, gli aiuti a queste persone non sono sospesi, come non si sono sospesi i loro bisogni. Allora come glielo spieghi ad una persona con ritardo mentale e uno spettro autistico che la passeggiata che fa sempre alla mattina non la farà? E come spieghi alla ragazza in carrozzella e che non parla che oggi la doccia te la faccio con la mascherina, perché nell’altra stanza un altro utente ha la febbre? O anche chi ha combattuto per anni il suo problema di alcolismo mettendo tutte le sue energie nel lavoro in un laboratorio protetto si ritrova a casa per settimane da solo. È un popolo silente e nascosto, oggi più che mai. E il personale educativo è un esercito di persone che di punto in bianco si trovano ad affrontare una cosa più grande di loro, certo come tutti, ma a dispetto dei loro colleghi infermieri negli ospedali, senza nessuna preparazione alla gestione di un’emergenza sanitaria.

Le direttive che arrivano variano di Istituto in Istituto, a volte di reparto in reparto, perché le variabili sono troppe in questo mondo, già nella normalità, figuriamoci ora.  Gli orari si allungano, perché magari qualche collega è in quarantena o malato. Si gira con il disinfettante in tasca, la mascherina quando è consigliata,o quando c’è, tenti di tenere le distanze, ma le docce, le igieni, quelle vanno fatte. Alla faccia della distanza sociale. Accogli l’utente che è al tuo fianco e se ti abbraccia lo strappo è dentro, tra quello che dovresti osservare e quello che è il tuo lavoro: accogliere. Le Direzioni si muovono come possono, si riorganizzano, fanno uno sforzo enorme. Si cerca di fare reparti apposta per i Covid, o si isola un intero reparto in caso di contagio accertato, pregando di non dover chiamare l’ambulanza, perché sai che queste persone cosi fragili non potranno mai affrontare una degenza ospedaliera da soli, qualcuno dovrà andare con loro. Sarà permesso? E se i posti letto inizieranno a scarseggiare come già sta succedendo, queste persone non avranno la priorità, lo sappiamo tutti.  

Curanti dell’ombra, di quella parte di società a cui, malgrado anni di lotta per l’inclusione sociale, il mondo “normodotato” fatica ad approcciarsi perché toccato nel profondo, nei sentimenti della colpa e della compassione. Curanti dell’ombra, non alla luce del sole, dei riflettori o dei neon di corsia e dei supermercati.  Ma senza ombra non ci sarà più nessuna luce. 

Allora anche a loro, al personale socio-educativo impegnato in questa difficile situazione, va tutto il nostro sostegno e un grazie. 

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