I disperati di Lesbo

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L’isola di Lesbo è antica come l’Egeo, accogliente come il mare che narra le avventure di Odisseo, Gli Eoli la colonizzarono cinquemila anni fa, divenne famosa per le poesie di Saffo e lo è oggi per essere di fronte alla penisola anatolica.

Questo significa che Lesbo è di fronte alla Turchia. Primo baluardo di Europa per chi viene dall’Asia.

Migliaia di anni fa, a Lesbo i poeti si incontravano, si respirava l’armonia e il senso di indipendenza, tra il profumo del mirto e del rosmarino.

Oggi Lesbo è un approdo ostile, per quei poveri disperati di siriani, che schiacciati da una parte dai russi e da Assad e dall’altra dai turchi, cercano disperatamente di scappare. Partono dal distretto di Ayvalik perché il capriccio del Sultano turco ha deciso momentaneamente di lasciarli liberi, mettendo così l’Europa alle strette.

In questi giorni, un Erdogan irritato, da despota che è, ha messo l’Europa di fronte alla realtà, o fate come dico io o tolgo le pastoie ai profughi. Non è sembrato vero, a gente che da mesi o anni giace in mezzo al fango e alla sporcizia, di poter ripartire, veleggiare sui gommoni nell’Egeo per sfidare il mare turchese e approdare a Lesbo. Ma Lesbo, la patria dei poeti non li vuole. È recente il caso di due gommoni respinti ai moli dalla popolazione o meglio dire, da un gruppo di persone inferocite

Potremmo etichettarli come farabutti, ma ignorare cosa voglia dire per un isola la paura di un’invasione di migliaia di profughi non sarebbe onesto. Quelli di Lesbo sono egoisti, come lo siamo noi (ce lo ha insegnato recentemente il virus), tutti per sé, ognuno che si occupa del suo, quello che ieri era amico e fratello oggi è visto con paura e disprezzo.

Il migrante che fugge dalla guerra, non merita più nemmeno la pietà, che è un lusso da ricchi, da benestanti. I poveri, i greci, non li vogliono altri pezzenti, e l’Europa come al solito, debole e priva di iniziative, più preoccupata di qualche voto che di un’emergenza umanitaria, ignora come sempre. Nessuna novità, il mare calmo, i sassi scaldati dal sole, le meduse arenate che si sciolgono.

I gommoni si sono sentiti respingere, moltissimi erano bambini, basiti e annichiliti dalle urla di odio, urla che i genitori non possono scacciare come il babau.

Perché il babau, l’uomo, l’anima nera siamo noi, è dentro di noi. Grattando quella misera crosta di civiltà, rimane la bestia spaventata che si comporta come tale, scappa o aggredisce. A Lesbo hanno il mare, dietro e davanti, nessuno scappa, nessuno approda. L’Egeo che ha visto le storiche immense battaglie per difendere la democrazia greca che diede i natali alle nostre repubbliche, è oggi spettatore del peggio.

Un peggio fatto di noi ometti insulsi, incapaci di essere fratelli, ignari che la vera civiltà è quella dell’accoglienza e non dell’egoismo. E ci siamo dentro anche noi, non solo quelli dell’isola. Noi da sempre incarogniti, attaccati alle nostre cose col terrore che ce le rubino, con la bava alla bocca come un cane che difende l’osso.

Sarà sempre peggio negli anni a venire, fino a che spareremo loro addosso in nome del nostro diritto di possedere più di loro. Nemmeno questa epidemia, che ci ha fatto rendere conto quanto è stupido scacciare gli altri quando il morbo è già dentro di noi, è servita.

A parte rare eccezioni, siamo davvero poca e povera cosa. Siamo incapaci di evolvere e siamo oggi come cinquemila anni fa, pronti a sfondare il cranio di chi invade il nostro territorio di lupi.