I ritmi africani dell’epidemia

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Non c’è niente da fare. Inevitabilmente cerco sempre di vedere il lato positivo delle situazioni. Anche durante quest’ordalia sanitaria, ci sono cose che ci devono fare riflettere e che sono foriere, forse, di cambiamenti futuri.

Per il mio lavoro, spesso sono travolto da attività frenetiche. Non è tanto il lavoro, quello non spaventa, quanto il carico emotivo che questo comporta. Insomma, sono uno di quelli sottoposti a notevoli livelli di stress. Per me non è strano in una giornata ricevere 30 o 40 mail, una decina di messaggi Watshapp e altrettanti via Messenger, per non parlare della gestione e l’analisi dei social, che sono spesso fonte di ispirazione per il mio lavoro, che sia satirico o giornalistico.

Non è tanto lo stare a casa, io ho comunque l’ufficio a duecento metri dalla mia dimora, quanto il calo dello stress. Quelle 30 mail sono diventate 3: una è di PayPal che mi notifica un pagamento e l’altra di un amico logorroico che nemmeno col virus riesce a tacere, ma va bene così, mi fa ridere e gli voglio bene. L’ultima (forse) è di lavoro.

Questo mi ha fatto riscoprire cosa vuol dire arrivare a casa e non pensare quasi più a niente, quando invece prima, maree e risacche di pensieri lambivano gli scogli del mio cervello in continuazione, affastellandosi e sommergendo tutto. A volte cercavo di stare a galla con solo la testa fuori, agognando la spiaggia asciutta per riposare un po’ la mente.

Oggi no, e va avanti da un po’ di giorni, al punto che ho paura di abituarmi, ho paura che mi piaccia troppo. Comincio a capire gli africani, coi loro ritmi: quello che non puoi fare oggi, lo farai domani.

“Quando ci incontriamo?”

“Nel pomeriggio.”

“Si, ma a che ora?”

“Nel pomeriggio.”

Scopro cose che prima non facevo, ma soprattutto scopro quanto si stia bene senza quell’ansia da prestazione continua. Lavoro comunque, anche se a scartamento ridotto , anche perché nessuno si mette a stampare un volantino pubblicitario di questi tempi. Guardo la mia famiglia, chiacchieriamo di più e riusciamo anche a ridere un bel po’, perché se il clima è greve e ti spiace per molte persone, la testa è leggera, perché non subisce più il consueto bombardamento. È come durante quelle nevicate epocali, da 50 centimetri al piano, quando sai che volente o nolente sei bloccato in casa, e allora insieme alla neve scende la pace. Quella sensazione che tanto “è così e basta” e nessuno può metterti fretta.

Il virus, tra le altre cose, mi ha insegnato a stare calmo e fermo. A capire le priorità. Non so se la mia o la vostra vita cambieranno dopo. Probabilmente no, ma dovremmo custodire come un tesoro nascosto questo senso di ineluttablità che ci carezza la schiena come faremmo noi con un gatto, osservandolo mentre socchiude gli occhi.

Impariamo che non è vero che il mondo ci scappa sotto i piedi. Ce lo hanno fatto credere per troppo tempo. Il mondo è sempre lì, bisogna amarlo, vivere ai suoi ritmi, proteggerlo.

Avreste detto che ci voleva una malattia per scoprire davvero cose che andiamo dicendo da anni?

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