Il giorno dopo la tempesta

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La quiete dopo la tempesta ti lascia addosso una sensazione strana. Non sai se gioirne oppure preoccuparti del silenzio che circonda ogni cosa. Dove prima regnavano nubi nere, acqua grondante e vento irascibile ora non ne rimane che il ricordo.

Una tempesta si definisce, dizionario alla mano, come una “perturbazione atmosferica di varia estensione e durata, caratterizzata da una notevole violenza di vento e di pioggia e spesso da grandine, ma non dai fenomeni di elettricità atmosferica propri invece del temporale”. 

C’è il fenomeno atmosferico, e poi c’è la sua metafora. Ad esempio, un conflitto armato può essere visto  come una tempesta. 

Una guerra, se ci pensate, non è altro che una perturbazione temporale fra una pace e l’altra di varia estensione e durata, caratterizzata da una notevole violenza umana, da piogge di proiettili e spesso di granate, ma non da fenomeni elettrici che si sviluppano nella testa di un individuo quando connette i neuroni, propri invece di chi è in grado di ragione e dialogare.

E poi c’è la tempesta che ci avviluppa dall’interno. È un vento minaccioso e pesante, che soffia al chiuso, ci scava dentro la cassa toracica, porta nebbia alla mente.

Ecco, in questi giorni di isolamento forzato, la tempesta che freme in me la sento più forte di prima. Ho deciso di darle ascolto, di liberarla, di lasciarla parlare ad alta voce.

La tempesta su Belgrado

Il 24 Marzo del 1999 la NATO diede via ai bombardamenti su Belgrado, l’allora capitale della Repubblica Federale di Jugoslavia, e nel resto del Paese. L’obiettivo: porre fine alla guerra nella provincia del Kosovo, iniziata l’anno prima, e alla crisi umanitaria.

Sessantotto giorni sotto una pioggia di bombe che costò la vita a più di 1200 persone, fra questi 500 civili di cui 88 bambini. Vennero colpite caserme, le sedi governative, ma anche case, ponti, autostrade,  aeroporti e collegamenti ferroviari.

Allied Force, così chiamata la missione, necessaria secondo la NATO per fermare la guerra, si dimostrò invece per ciò che era: un’aggressione ingiustificata a un popolo, prima che a una nazione, che non aveva colpe se non quella di avere dei criminali al potere, Milošević in testa.

Una data da ricordare per questa ragione, ma che può anche servire da spunto per un paio di considerazioni; e ho deciso di farlo il giorno dopo, perché il ricordo vale sempre, anche per gli altri 364 giorni l’anno.

31 marzo 1991-12 novembre 2001

Molti cittadini belgradesi e non affermano che la guerra per loro iniziò quando caddero le bombe sulla città. Io non sono d’accordo. I conflitti che portarono alla mattanza di migliaia di jugoslavi ebbero inizio il 31 marzo del ’91. Prima della Serbia la tempesta aveva già oscurato i cieli di Bosnia, di Croazia e Slovenia. 

Le vittime non si dividono per etnia, religione o stato sociale. Sono semplicemente i caduti, appartengono al gruppo di chi non ce l’ha fatta e sono la mia gente, che sono bosniaca, quanto lo sono per un belgradese, che è serbo, o un cittadino di Zagabria, che è croato e soprattutto appartengono a colui che prima della NATO era stato carnefice.

Ce la prendiamo, giustamente,  con lo straniero che ci ha attaccato, ma non ce la prendevamo quando lo straniero ci guardava dissanguarci a vicenda. 

Ce la prendiamo con chi sta al fronte opposto perché ci ha distrutto la casa, o portato via un caro, ma non ci giriamo a guardare la nostra trincea, e a prendercela con chi in questo marasma di sangue ci ha trascinati.

Guardiamo le stragi che hanno compiuto contro di noi, ma non a quelle che noi abbiamo fatto agli altri o a quelle che hanno fatto ad altri.

E allora io mi chiedo, che senso ha ricordare solo a metà?

Ricordare le bombe NATO ma poi negare il genocidio di Srebrenica, commemorare l’assedio di Sarajevo ma non quello di Vukovar, piangere per il ponte crollato di Mostar ma non per gli sfollati dell’operazione Tempesta in Croazia oppure per i deportati kosovari.

Sto parlando delle guerre balcaniche, ma la cosa è applicabile a ogni conflitto armato.

Il giorno dopo 

Per paura che ci potessimo dimenticare di un avvenimento storico abbiamo deciso di fissarlo sul calendario. Così, le date segnanti il tempo che passa hanno preso anche la funzione di simbolo, quasi alla pari della croce per un cristiano o della colomba per un pacifista.

Ci alziamo, guardiamo che giorno è oggi, ci accorgiamo che ricorre un avvenimento importante e accendiamo una candela, qualcuno lascia un pensiero scritto, qualcun altro forse dice anche una preghiera.

Ma allo scoccare della mezzanotte che segna l’arrivo del nuovo giorno che ci rimane? 

Nel mondo ci si ammazza ancora. Qualcuno, per via della pandemia di Coronavirus,  ha deposto le armi, ma solo temporaneamente. Qualcuno invece continua ancora.

La tempesta passerà anche lì e, quando calerà di nuovo la quiete, ci guarderemo, e ancora una volta ci diremo:“che diavolo abbiamo fatto? Quanto dolore seminato, mai più!” e ci renderemo conto di ciò che abbiamo fatto.

Il problema è che ce ne ricorderemo sempre il giorno dopo.

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