Il re della sopravvivenza

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Bear Grylls, l’orso, è una leggenda tra gli appassionati. Scout, free climber, velista, cintura nera di karate e survivalista. Bear, il cui vero nome è Edward Michael Grylls non è uno che ha paura di prendere la metro dopo le 8 di sera. Finita la scuola, si arruola nell’esercito indiano, dove scala numerose vette himalayane. Nel 1994 si arruola nelle SAS, le forze speciali aerotrasportate britanniche. È istruttore militare di tecniche di sopravvivenza e sanitario.

Grylls è diventata famoso con la trasmissione Man vs. Wild. Non è roba per persone delicate. Bear ci insegna come sopravvivere in vari ambienti ostili, dalle brughiere scozzesi alle giungle tropicali. Mangia indistintamente insetti, serpenti e cadaveri putrefatti di animali, dorme all’addiaccio e in una puntata particolarmente raccapricciante dorme, per ripararsi dal freddo, nella carcassa di un dromedario morto ed eviscerato.

Come dicevamo non è roba per delicatini, ma di sicuro affascina la capacità dell’uomo di sopravvivere a qualsiasi ambiente o situazione. Poi non è che uno magari ci ingrassi in quelle situazioni, ma magari ce la fa a non schiattare finchè dovessero arrivare i soccorsi.

Quello che ci insegna Grylls, al saldo delle critiche, è che dobbiamo in qualche modo riappropriarci del nostro contatto col territorio. Che la conoscenza dell’ambiente in cui viviamo, così scontata solo qualche decennio fa, è oggi negletta. Cent’anni or sono, ognuno di noi era un po’ contadino, un po’ survivalista, falegname o muratore. Conoscevamo gli animali, i pesci e gli insetti, scovavamo le piante commestibili in mezzo ai prati.

Senza dover discutere di casi estremi, con bambini talmente urbanizzati da pensare che il cioccolato bianco venga fatto dalle mucche bianche e che gli spaghetti crescano sugli alberi, è pur vero che la nostra conoscenza di quello che ci circonda è vicina allo zero.

Che sia il virus, il caso o una qualsiasi altra calamità a lasciarci in braghe di tela, conoscere il territorio è un dovere, non solo per sopravvivere, ma perché se conosciamo una cosa impariamo ad amarla e a rispettarla. Impariamo ad averne cura e ad esserne gelosi custodi.

Passato questo virus una cosa soprattutto dovremmo ricordarci: che siamo fragili, che per farcela dobbiamo essere uniti, e che quello climatico è un virus a rilascio lento, ma non per questo meno letale. Perché gli allarmi più pericolosi spesso non sono quelli immediati e tangibili, ma spesso quelli più insidiosi e nascosti, che ci danno quel falso senso di sicurezza del coniglio che non vede la vipera immobile nell’erba.

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