La mia famiglia toccata dal virus

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Mio zio abita a Novara, in Piemonte, ha più di 70 anni e alle spalle diversi giorni di febbre alta. Ammalato lui e ammalata anche sua moglie, compagna di una vita. Tutte e due a casa senza contatto fisico con nessuno, né figli, né parenti, solo il medico che dopo diversi giorni di febbre alta, quando è sopraggiunto l’affanno, ha deciso di ricoverarlo. Lui in ospedale, lei a casa da sola perché non è così grave. Prima il sospetto, poi la conferma via WhatsApp “lo zio ha il coronavirus”.

È in ospedale, mio zio, intubato, in coma farmacologico da diversi giorni. Veniamo informati una volta al giorno, una telefonata e basta. Questo è tutto. “Vado a dormire un po’ ”, così mio zio ha salutato i suoi figli. Mio zio adesso in ospedale “dorme”, mentre mia zia a casa combatte e soffre, contro la solitudine, la paura per se stessa e il marito, il dolore e la malattia. Questo è il coronavirus. Oggi è capitato ad un membro della mia famiglia. E tutti noi ci sentiamo impotenti, in attesa, un’attesa che logora i nervi, che lascia spazio ai pensieri più cupi e ai timori, a quel telefono che può squillare e dare la cattiva notizia.

L’attesa per fortuna lascia spazio anche ai ricordi. Di uno zio chiacchierone, forte, un mangione, con una bella pancia ed un sorriso accattivante. L’ho visto l’ultima volta prima di Natale, abbiamo fatto il punto sulla famiglia, discusso di politica, di Italia e di malanni. Ogni tanto mentre parlava si addormentava di colpo, lasciandomi lì, a guardarlo stupita. Piccole pennichelle di pochi minuti che mi facevano ridere. Poi si svegliava e riprendeva a parlare esattamente da dove si era interrotto. Questo è mio zio, un uomo come tanti che per anni ha percorso l’Italia come rappresentante, solo a combattere una battaglia che di certo non ha scelto.

Adesso la sorte ha scelto lui. Ora che la mia famiglia è toccata dal coronavirus mi chiedo se non abbiamo reagito troppo tardi. Tutti. Italia, Svizzera, Europa, il mondo. Me lo chiedo. Ma mi dico anche che è troppo facile. Troppo facile credere che se avessimo reagito prima, se chi ha il “potere” avesse fatto scelte diverse ora tutto questo non sarebbe successo. La verità è che questa situazione è nuova per tutti noi. E che anche noi al posto di chi è al comando, avremmo probabilmente fatto gli stessi errori. E tutti ci troviamo sgomenti di fronte ad un nemico che non abbiamo cercato, senza armi e soprattutto senza sapere come combatterlo. Perché noi capiamo il nemico solo quando è tangibile, ed è quello che cerchiamo ogni giorno: un nemico a cui addossare la colpa.

È questa la verità, che ci piaccia o meno. Mio zio ha il coronavirus. Mio zio vivrà o morirà, le possibilità sono solo due. Io posso solo aspettare, con tutta la pazienza e la serenità che riuscirò a trovare nel mio profondo.

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