L’ultimo rifugio

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Volete sopravvivere? Niente di meglio di un rifugio. La scuola elvetica, seconda solo a quella albanese per la costruzione di bunker fa scuola nel mondo. Non che le incertezze siano aumentate, semplicemente ci sentiamo più fragili noi.

Se ci si pensa, nonostante guerre e virus, la nostra è l’epoca più sicura nella storia dell’umanità. Pestilenze, guerre e carestie, in fondo hanno falcidiato centinaia di milioni di persone negli ultimi secoli e millenni.

Il problema siamo noi, che in una società anestetizzata, disinfettata dal Lysoform e priva di pericoli reali, siamo incapaci di affrontare una crisi.

Ecco che allora, molti (soprattutto chi può) seppelliscono le proprie paure metri sottoterra circondandole di cemento armato.

A cogliere questo lato della nostra società, film nemmeno recentissimi come “Panic Room” con Jodie Foster. Non entriamo nella trama del film, ma ricordiamo che ruota intorno, appunto, a questa “stanza del panico”, un rifugio in cui chiudersi per ogni evenienza, che sia un’aggressione, una catastrofe o un’epidemia. Fornita di accessori, viveri e altro, che come in una torre medievale permette di resistere per mesi o giorni.

Ci sono ditte, anche italiane, che collaborano con costruttori svizzeri, che hanno una grande esperienza nel ramo, per fabbricare a facoltosi clienti dimore di sopravvivenza. Racconta Giulio Cavicchioli, costruttore specializzato in un’intervista:

“Il rifugio sicurezza è l’ultima ratio. Se siamo lì è perché fuori la vita è impossibile (…) Purtroppo le persone credono di trovare una soluzione alla morte (…) Ho visto progetti che definirei al limite del creativo. E inutili da realizzare. Come bunker con due accessi attraverso un tubo tondo dove la persona deve infilarsi. Oppure un sistema – che esiste davvero – regolato sui parametri del calendario astronomico, che illumina il soffitto interno creando una sorta di luce solare artificiale, per conoscere la posizione del sole in quel momento, anche sottoterra. La gente sogna di realizzare caverne ultraprotette come quelle di Batman”*

Un bunker di 50 metri quadri, ben attrezzato può garantire la sopravvivenza di 8 persone per due mesi e mezzo. Un rifugio come si deve è fornito di medicinali e viveri a lunga scadenza, maschere antigas, contatori Geiger e radio per comunicare con l’esterno, cisterne d’acqua e un piccolo generatore di energia esterno a benzina che parte in automatico e che può essere avviato manualmente in caso di esplosione nucleare.

Si pensa a tutto, anche ad un’uscita di sicurezza in caso che dei detriti abbiano reso inagibile l’entrata principale e un sistema di autoventilazione se dovesse venire a mancare l’energia.

Quello che una volta era appannaggio di ricchi e uomini di Stato, oggi è alla portata di molti. Anche Mussolini aveva il suo bunker (che alla fine non gli è servito a molto). Era il bunker antiaereo più importante d’Italia, si trova a Villa Torlonia ed è stato riaperto al pubblico nel 2014 (vedi video qui sotto).

Costruiti in Albania e da citare solo per l’opera ciclopica, i 750’000 bunker fatti costruire dal dittatore Enver Hoxha in piena paranoia da guerra fredda. (vedi video qui sotto)

Alla fine, quello che cerchiamo è l’eterno, la sicurezza effimera che non ci succeda mai nulla, anche se è una chimera che non ha fondamento nella realtà. Se è vero che viviamo in un’epoca dove la morte violenta o per malattia è rara, è pur vero che continuiamo a morire e che l’incertezza fa parte della vita, come il cielo e le stelle.

Guardare il cielo stellato in una bella notte tersa d’inverno, invece, potrebbe forse ricordarci quanto siamo piccoli e fragili, ma anche quanto siamo parte di un tutto e quanto vale in realtà la nostra individualità. E dunque capire che accettare la dipartita, il karma, il destino o come vogliamo chiamarlo, fa parte del gioco e rende noi giocatori più bravi.

Quelli che sanno che la meta è la in fondo al campo e fanno di tutto per farci arrivare la palla. Chi non vede questo, corre come un cieco per il campo, senza fare gioco di squadra e finendo, invariabilmente, per schiantarsi contro le balaustre a bordo campo.

Che abbia un bunker o no. Perché ad appesantirlo, c’è purtroppo il cemento armato che ha nella testa.

*Intervista rilasciata da Ansa magazine

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