L’ultimo sopravvissuto

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Leggende sui soldati giapponesi che continuarono a combattere nelle giungle del sud-est asiatico ce ne sono in quantità. E non sono leggende, ma tristi realtà.

Questi uomini, sopravvissuti loro malgrado, sono vestigia di una mentalità paranoide, portata al parossismo, ideali malsani di fedeltà e dedizione. Per loro la sopravvivenza non era una questione di scelta ma una necessità. Continuando la loro guerriglie nelle foreste asiatiche (soprattutto nelle Filippine) si trovarono costretti a vivere cacciando e mangiando ciò che la giungla offriva loro, oppure rapinando i pochi abitanti. Molti di loro morirono negli anni seguenti alla guerra in conflitti a fuoco con l’esercito o le polizie.

Famoso è il caso del tenente Hiroo Onoda, facente parte di un gruppetto di militari nelle giungle filippine. I suoi compagni furono uccisi nel corso degli anni e lui non si arrese fino all’aprile del 1974, quasi trent’anni dopo la fine della guerra. Per farlo capitolare, si dovette coinvolgere il suo vecchio comandante dell’epoca, il colonnello Taniguchi che lo convinse a deporre le armi. Onoda aveva ancora la sua spada d’ordinanza, il fucile e alcune e bombe a mano.

Ovviamente il povero Onoda ebbe serie difficoltà a riambientarsi dopo 30 anni di giungla, e migrò nel ’76 in Brasile. Hiroo, il sopravvissuto della giungla doveva essere di buona schiatta, morì infatti nel 2014 a 92 anni.

Onoda è l’esempio di come la paranoia e l’istinto di sopravvivenza permettano magari di resistere per molto tempo, ma non siano necessariamente una fortuna. Come in tutte le cose, l’istinto di sopravvivenza deve essere mediato dall’intelligenza, sennò diventa una sterile dedizione a un concetto che da solo non ha senso né scopo. Il perdurare di un’esistenza che si attacca a se stessa ed equivale a quella di un lichene artico.