Nuovi virus, vecchie paure

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E alla fine è successo davvero. L’Italia, il nostro amato/odiato vicino, ci ha chiusi fuori: non si entra in Lombardia, nè si può uscire da essa  (e dalla provincia Verbano-Cusio-Ossola), se non per motivi lavorativi, di salute o di emergenza fino al 3 di aprile. Una decisione drastica, forse eccessiva, ma che nella sua eccezionalità rende bene la portata dell’emergenza che stiamo affrontando a causa del coronavirus COVID-19.

Tralasciando il discorso dei frontalieri, autorizzati a entrare in Ticino a differenza degli studenti, di fatto la decisione del governo italiano ci mette di fronte a una situazione che, in fondo, temevamo tutti: dover cambiare le nostre abitudini e il nostro modo di vivere.

Per chi abita in Leventina o comunque nel Sopraceneri, probabilmente, cambia poco. Ma per chi, come me, vive quasi quotidianamente la realtà della frontiera si apre una prospettiva inedita, incerta per molti versi, per altri potremmo dire preoccupante. Perché, sostanzialmente, viene meno un punto di riferimento che avevamo sempre dato per scontato, quasi non percependo il fatto che, al di là della Tresa, è un altro Stato, un altro Governo, altre leggi, e che, quelle leggi, possono cambiare autonomamente, e coinvolgere comunque le nostre vite.

Sono tanti i pensieri che si pongono, tutti, per fortuna, prettamente di ordine pratico, ma di fatto tanti piccoli tasselli che vengono improvvisamente scompaginati, un universo di piccole certezze che va, momentaneamente, in stand-by: c’è il pensiero di quanto spenderemo in più per la spesa, fatto non secondario quando non si naviga nell’oro, di come faremo per quei farmaci che il nostro amico con una malattia cronica deve prendere per forza in Italia E poi, le preoccupazioni che coinvolgono la nostra sfera sociale e affettiva: come  faccio se ho un’emergenza familiare al sud Italia? Quando rivedremo le persone a noi care dall’altra parte del confine? E se vado in Italia e finisco in quarantena, da solo?

Perché in fondo, e questa decisione lo rivela in tutta la sua drammaticità, al di là della paura del contagio in sè, è la paura, l’angoscia di vedere le nostre vite sconvolte, le nostre abitudini stravolte a mandarci nel pallone. Ciò che fino a ieri era una passeggiata, fare la spesa al Bennet o l’Eurospin, bere un caffè sul lago a Ponte Tresa, passare il sabato sera a Milano o ospitare una persona per il week-end diventa off-limits, ci è negato all’improvviso, diventa quasi illegale. E anche nei nostri momenti quotidiani in Ticino cambia tutto, di colpo: dare la mano o abbracciare una persona cara diventa improvvisamente un atto rischioso, temiamo di stare più vicini di un metro, siamo confinati, sostanzialmente, fra le nostre quattro mura domestiche dall’improvviso venir meno di quasi ogni momento di interazione sociale.

Forse, adesso, ci rendiamo davvero conto  che la nostra presunta, decantata libertà, di fatto non ci appartiene, ma è, coscientemente o meno, imbrigliata in una serie di abitudini, riti, piccole dipendenze che, venendo meno, ci lasciano spaesati, e che la libertà stessa di avere un’abitudine non è assoluta, ma preda di eventi contingenti come un virus che arriva dal nulla. E, secondariamente, che la nostra vita è fatta anche dell’interazione con gli altri, ed è questa, forse, la più grande minaccia che percepiamo venire dal coronavirus: di essere tagliati fuori, privati del contatto sociale, di chiuderci in noi stessi giocoforza, di dover fare a meno dei nostri affetti. La paura, in fondo, che affligge l’Homus Socialis nelle sue mille connessioni virtuali col mondo: quella di rimanere, in fin dei conti, da solo. E la solitudine, è risaputo, ne ammazza più dei virus. 

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