Olivetti e il virus del capitalismo

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Nel piccolo comune di Aigle nel Canton Vaud, esattamente sessant’anni fa, si spegneva Adriano Olivetti. L’imprenditore piemontese, a capo dell’omonima azienda di famiglia fondata dal padre Camillo, era in viaggio per Losanna. A essergli fatale fu un’emorragia cerebrale. Se ne andò all’età di 59 anni. Al momento della sua morte, i dipendenti in Olivetti erano la bellezza di 35’000, la metà dei quali impiegati all’estero. 

Adriano Olivetti si distinse per le sue idee radicali e per gli innovativi progetti industriali portati avanti assecondando il sacrosanto principio che una fetta importante del profitto aziendale doveva essere reinvestito a beneficio della comunità. E fu per questa ragione che accanto alla fabbrica, a Ivrea, sorsero una biblioteca, un asilo nido, un ambulatorio, un cinema, dei quartieri pensati per gli operai con una rete di servizi sociali aperta all’intera cittadinanza e non solo ai suoi dipendenti.

Adriano, tacciato di essere un pericoloso comunista e per anni tenuto d’occhio dalla CIA perché gli americani non avevano apprezzato che l’industriale avesse battuto General Electric e IBM nella corsa al primo computer, credeva nell’idea di comunità, unica via da seguire per superare le differenze economiche, ideologiche e politiche tra industria e agricoltura, ma soprattutto tra produzione e cultura. Il suo sogno era di riuscire ad ampliare il progetto a livello nazionale, in modo che quello della comunità potesse essere il fine ultimo.

Negli anni in cui fu a capo della Olivetti dimostrò che investire sui propri operai, sulla cultura e sul benessere di chi in fabbrica ci lavora, significava avere una fabbrica più efficiente e una società più giusta e felice. Felicità, una parola considerata ancora oggi tabù quando si ragiona in termini di profitto, di capitalismo e di prodotto interno lordo. La lezione di Adriano Olivetti è stata il fatto di averci mostrato che un’idea di lavoro diversa da quella che ne fa ancora, troppo spesso, una forma di semi-schiavitù è necessaria. Ma soprattutto fattibile. Perché il capitalismo è un morbo, talvolta terribile. E al capitalismo di oggi, proprio come ai virus, manca l’intelligenza per capire che infettare e uccidere l’organismo ospite non può che andare contro il proprio stesso interesse. 

Certo, si è evoluto per rallentare i suoi effetti collaterali e mantenere le “vittime” in vita il più a lungo possibile, facendo sì che nel frattempo possa sempre infettare altre nuove realtà. Il capitalismo si muove con questo tipo di attitudine. Sapendo che l’uomo è fondamentalmente un animale stupido. A governare i suoi pensieri non sono la logica e il raziocinio, bensì la pancia. Le sue paure. E che, anche di fronte alla luce di una soluzione virtuosa come quella della fabbrica dei sogni di Adriano Olivetti, il più delle volte finirà per scegliere il peggiore dei mali, semplicemente per abitudine.

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