Oscar Romero, a quarant’anni dalla morte

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Per i poveri e i diseredati, per i cristiani delle comunità di base, per chi esige il rispetto dei diritti umani fondamentali in El Salvador, in tutta l’America Latina e non solo, Romero santo lo era già da tanto tempo, molto prima che il Vaticano si decidesse a riconoscerlo tale.

In molte case dei contadini, nelle baracche delle favelas la sua immagine spesso campeggia in un altarino proprio vicina a quella del Che, santo laico del Sud America.

Di El Salvador, il Paese più piccolo, il “Pollicino”, dell’America Centrale, monsignor Romero, Oscar Arnulfo, è stato vescovo della diocesi di San Salvador, la capitale, dal 1977 al 1980. È arrivato a quella carica sostenuto dall’oligarchia di quattordici famiglie di latifondisti del caffè e della canna da zucchero e dai militari che assieme, in quegli anni, con il sempiterno controllo degli Stati Uniti, governavano il Paese; a dire il vero lo governavano da sempre, salvo fugaci e sporadiche eccezioni finite nel sangue, quello dei poveri, ovviamente.

Alla fine degli anni ‘70, anche sull’onda del successo del vicino Nicaragua, i gruppi di opposizione si unirono nel Fronte di liberazione popolare, l’FMLN, e iniziarono una guerra di liberazione che durò sino al 1992.

L’esercito veniva, nella cosiddetta “guerra sporca”, armato e preparato dagli USA, che definivano El Salvador il loro “cortile di casa”. Erano presenti nel Paese centroamericano addestratori, consiglieri e poi, le truppe migliori, quelle più feroci, quelle destinate alla repressione dei movimenti sociali, venivano addestrate direttamente nelle accademie militari del Nord America. A loro venivano insegnate le tecniche antiguerriglia, come condurre gli interrogatori e le torture.

La situazione del Salvador va inquadrata in quella del continente dove l’ingerenza statunitense era continua: di quegli anni il golpe del generale Pinochet nel Cile del governo popolare di Salvador Allende (1973), del 1976 quello del generale Videla in Argentina, in Brasile la dittatura militare durava dal 1965. Un intero continente governato dai militari e dalle destre più retrive che rispondevano direttamente al governo di Washington e non certo invise alla gerarchia Vaticana che invece vedeva di buon occhio le dittature che si opponevano ai movimenti popolari di liberazione.

Romero, che si formò nel conservatorismo ecclesiastico anche della curia romana, era un sacerdote legato ai militari e all’oligarchia che molto brigarono per farlo nominare vescovo dall’allora Papa Wojtila; arrivò in vescovado quando la repressione dell’esercito verso i sindacalisti e le associazioni locali era molto forte, si uccideva e massacrava costantemente. Anche il clero, quello delle parrocchie e delle comunità che si schierava a fianco della gente, era sottoposto allo stesso trattamento: “haz patria, mata un curo” (se sei un patriota, uccidi un prete) era una delle parole d’ordine dei militari e degli squadroni della morte.

Successe però qualcosa. Gli amici delle comunità cristiane di base dicono che vedendo il suo popolo, i suoi preti torturati e massacrati, Romero si convertì per la seconda volta, si convertì alla religione dei poveri, quella che prende le parti degli ultimi contro i soprusi; denunciò le ingiustizie attraverso la radio cattolica Ysax e la rivista Orientacion diventando noto come “la voce dei senza voce”.

Romero si recò a Roma per informare il Vaticano e chiedere aiuto. Eppure una volta arrivato in Italia Wojtila non gli concesse neppure udienza: il vescovo ritornò in Salvador più debole di quando era partito ma non per questo cessarono le sue denunce. Durante la messa principale della domenica seguita da migliaia di fedeli Romero denunciava la repressione che subiva il suo popolo, nell’ultima prima del suo assassinio si rivolse ai militari e urlò: “In nome di Dio e di questo popolo sofferente, vi chiedo, vi supplico, vi ordino: cessate la repressione”.

Pochi giorni dopo, era il 24 marzo 1980, esattamente quarant’anni fa, Romero venne assassinato da un sicario mentre celebrava messa nella Cappella dell’Hospedalito, l’Ospedale oncologico di San Salvador. Nel 1992, un’indagine dell’Onu confermò cose già note, ovvero che mandante dell’assassinio era stato Roberto D’Abuisson, ex ufficiale dell’esercito e politico di Arena, il partito di destra allora al potere.

Ci sono voluti 18 anni e il succedersi di due papi per poter vedere Oscar Romero santo della Chiesa cattolica, c’è voluto un papa come Bergoglio, che “arriva dalla fine del mondo”, per nominarlo tale, anche se per la gente del Salvador Romero santo lo è sempre stato.

Se incontrate uno dei tanti salvadoregni che oggi lavorano in Europa, magari assistendo i nostri cari, chiedetegli com’è fatta una pupusa e come si mangia, vi racconteranno l’impossibile, e poi chiedetegli di Romero, alla maggior parte di loro si illumineranno gli occhi.

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