Quel bilancino tra economia e salute

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L’arresto del Ticino non è nell’interesse della Svizzera“, così dichiarava qualche giorno fa il presidente dell’Associazione dell’industria svizzera Hans Hess, il primo a criticare apertamente le decisioni del Governo ticinese di fermare cantieri e attività economiche non necessarie in questo momento. “Spero che il Ticino tornerà in sé e farà inversione di marcia. Un arresto completo come quello avvenuto in Ticino non è nell’interesse dei cittadini. Porterà problemi nella fornitura di tutta la Svizzera “. A ritenere illegali le scelte prese da Vitta, ci si è poi messa anche la Confederazione.

Ma è evidente a tutti che la situazione che stiamo vivendo in queste settimane d’emergenza da Coronavirus non è per nulla semplice. Ogni decisione presa rischia di spaccare in due il Ticino prima, e la Svizzera poi. Certo è, proprio come ribadiva Christian Vitta al telegiornale, che a Sud della Alpi non possiamo attendere nuove misure decise dalla Confederazione dato che è proprio il Ticino a trovarsi in prima linea e a essere al momento il più interessato dall’epidemia. La metà delle vittime da Covid-19 finora registrate a livello nazionale si sono avute proprio qui da noi.

Evitando di alimentare la polemica tra coloro che accusano chi ci governa di anteporre l’economia alla salute pubblica o, come Hans Hess, di affossare l’economia senza rendersi conto che non ci possiamo permettere di ritrovarci alla fine in brache di tela, è chiaro che al termine di tutto questo, molte cose non potranno essere più come prima. Parecchio di quello che questa crisi ci sta dicendo, giorno dopo giorno, andrà ricamato con un filo d’oro sul cuscino. In modo che sia la prima cosa che vedremo svegliandoci e l’ultima prima di addormentarci. Quale che sia o debba essere la lezione da trarre, la frase da ricamare sul cuscino, non spetta a me dirlo. Non ora almeno.

Ma di sicuro sarebbe folle riprendere in mano le nostre vite e ripartire come se nulla fosse accaduto. La fragilità e l’inadeguatezza, di un mondo il cui modello di sviluppo si chiama globalizzazione, è oggi più che mai evidente. Così come ci riporta alla difficoltà delle prime lezioni di scuola guida l’esercizio non facile, che da Vitta in su, tutti quanti i governanti della Terra stanno cercando di fare in questo preciso momento. Una sorta di bilancino tra il gas dell’economia e la frizione del sistema sanitario e la salute della collettività. Cercando di rimanere il più possibile in equilibro, senza che il motore si spenga, pronti a ripartire non appena scatterà di nuovo il verde.

Un equilibrismo da funamboli, sapendo che a ogni mossa, a ogni passo, poco più sotto c’è il baratro. Del resto, gestire una democrazia complessa come quella svizzera, non è sempre evidente, adesso più che mai. “Siamo in una situazione particolare – ha dichiarato Vitta, giustificando le ultime misure adottate – stiamo registrando un’evoluzione del virus che anticipa di un paio di settimane quello che potrebbe succedere nel resto della Svizzera. Non possiamo attendere che il virus si diffonda in maniera eccessiva, per poi prendere misure in ritardo”. Del resto che la Svizzera è bizzarra già lo affermava uno dei politici più amati del passato e Consigliere federale dal 1973 al 1983. Willi Ritschard amava ripetere che “gli svizzeri sono un popolo che si alza presto, ma si sveglia tardi”. Già. Per certi versi sembra davvero che sia ancora così.

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