Un mondo pieno di ziette 

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Ieri ho sentito la mia zietta. È un donnino fragile e minuto di ottantadue anni. È nata prima della guerra, attraverso quella guerra c’è passata ed ha avuto anche il tempo di conoscere la fame.

Le telefono perché è un po’ che non la sento. Ha una bella rete di nipoti, ma io sono un po’ latitante e ho deciso comunque di farmi sentire perché sono un po’ preoccupato. 

Lei è soletta, non ha mai avuto figli, vive col suo compagno, che ora ha pure qualche problema di salute.

Sono confinati in un appartamentino al quarto piano, per fortuna di fronte hanno una valletta di quelle del Locarnese, con le palme e il bosco, che regala un po’ di verde primaverile.

In quell’appartamento del quarto piano un po’ scuro, la mia zietta è sola, e quando le ho parlato al telefono e le ho chiesto come va il morale mi ha risposto:

“male”

Senza fronzoli, senza giri di parole, aggirando quella convenzione che fino a ieri ci faceva dire “bene” qualunque cosa succedesse. 

Se c’è una cosa buona di questo virus è che è come la guerra, toglie la pelle alle cose, lascia nudi i sentimenti, fa uscire come spremuto da un tubetto di mayonnaise, il meglio o il peggio di ognuno di noi.

E io voglio che da me esca il meglio, anche se non sempre ci riesco: a volte prevale l’egoismo, il pensiero alla sicurezza mia e della mia famiglia. Non parlo solo di malattia, ma anche di lavoro, di benessere.

Ho parlato con la mia zietta, cercando di tirarle su un po’ il morale, anche se non è facile al tramonto della tua vita rimanere recluso per mesi, senza vedere chi ami, senza poter assaporare quelli che magari pensi siano gli ultimi fiati di amore in questa vita. Come mia zia ce ne sono tanti. Che magari di salute stanno bene, ma vedono spegnersi piano piano quel po’ di energia vitale che li sosteneva giorno per giorno.

La mia zietta piccola e fragile non ha nemmeno un computer per vederci via Skype. Ho deciso allora che con mia sorella le telefoneremo ogni giorno, per sentire come sta, per farci dare magari qualche ricetta, per esserle vicini e per sprecare un po’ del nostro inutile tempo di privilegiati, con chi non ha nulla a cui appoggiarsi.

Il mondo è pieno di ziette. Chiamatele, chiamiamoci, sentiamoci e raccontiamoci. Approfittiamo di questo periodo senza pelle per dire le verità nude, per aprire i cuori, per mettere da parte vecchie ruggini. 

Approfittiamone per crescere, per dire “in fondo ne è valsa la pena”. Perché la cosa più orribile di questa quarantena forzata, sarebbe, alla fine, svegliarsi come da un sonno di anestesia e non ricordare nulla. Sarebbe bello invece accorgerci che da quel tubetto di mayonnaise è uscito qualcosa di bello, di pulito, magari di incredibile.

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