Uscire di casa è reato penale 

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In Italia, farsi trovare in giro senza motivo è reato penale. I giuristi si interrogano. Ma la Svizzera sceglie la linea “soft”

Agente: “dove sta andando?” – fermato: “in edicola a prendere il giornale e al supermercato per la spesa” – Agente: “il giornale è superfluo, vada al supermercato e torni a casa”. Nonostante le edicole, in Italia, continuino a restare aperte per decisione del governo.

Ancora: otto operai in stato di fermo a Modena per aver scioperato insieme ai loro compagni. Chiedevano che la loro azienda prendesse misure concrete per difendere la loro salute. Sono stati poi rilasciati.

Soltanto nella giornata del 16 marzo in Italia sono state segnalate dalle forze dell’ordine 7.890 persone perché non rispettavano i divieti promulgati dalle autorità per prevenire la diffusione del virus Coronavirus.

Nel mentre, sempre più voci si levano per chiedere “di fare come in Cina”, di adottare cioè misure ancora più rigide, come il riconoscimento facciale, per contrastare i contagi, senza preoccuparsi dei problemi di privacy e di riduzione delle libertà individuali che ne conseguirebbero.

Dal 16 marzo anche la Svizzera è entrata nella fase di “lockdown”, che prevede in particolare la chiusura di numerosi esercizi commerciali fino al 19 aprile.

Ma c’è una cosa sulla quale la Svizzera non sta seguendo l’Italia, e non è di poco conto. Mentre da noi il Consiglio federale ha invitato la cittadinanza a restare a casa, affidandosi alla responsabilità individuale, il governo Conte ha deciso di sanzionare legalmente le persone fermate dalle forze dell’ordine che non possono giustificare i loro movimenti.

Da qualche giorno le italiane e gli italiani che vogliono uscire da casa loro devono stampare un’autocertificazione nella quale specificano i motivi del loro spostamento: sono giustificati solo quelli per lavoro, per questioni di salute e per rifornirsi di beni di prima necessità.

Se le forze dell’ordine ritengono che la persona bloccata per strada non abbia nessuna giustificazione gli può essere comminata una pena fino a 3 mesi di reclusione e l’ammenda da 206 euro. Ma non si tratta di una semplice multa, bensì di una sanzione penale in base all’articolo 650 del codice penale. 

Chi sceglie di pagare la sanzione avrà una brutta sorpresa: si vedrà infatti segnato il reato nel proprio casellario giudiziario. Cosa che può avere conseguenze importanti, come compromettere la partecipazione a molti concorsi pubblici.

I tre decreti con i quali il governo Conte ha stabilito le norme del “lockdown” italiano sono state passate al vaglio da numerosi giuristi, proprio perché sospendono diritti importanti dei cittadini, come quello al movimento o di riunione. E le conclusioni, per alcuni, sono inquietanti.

Secondo il giurista Marco Olivetti, che ne ha scritto sull’Avvenire lo scorso 11 marzo, 

“questi decreti hanno messo in campo la più intensa limitazione dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione dal momento in cui questa è in vigore, cioè da 72 anni a questa parte: non è solo limitata la libertà di circolazione, ma anche quella di riunione, così come il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro e la libertà di iniziativa economica, nonché, almeno in parte la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà religiosa e la stessa libertà personale”

In particolare, secondo Olivetti, il decreto legge dell’11 marzo 2020,

“autorizza limitazioni assai invasive ai diritti fondamentali, ma lo fa in maniera generica”

In parole povere: le decisioni prese dal premier Conte sono fuori dai meccanismi di controllo democratici e lasciano ampio margine alla discrezionalità, per esempio dei Prefetti e delle forze dell’ordine. Dal mondo cattolico alla sinistra, ci si interroga dunque su questa limitazione dei diritti: lo fa anche il giurista Luca Casarotti, che relativamente ai tre decreti Conte spiega

“l’indeterminatezza delle proposizioni lascia spazio alla discrezionalità e a forme coercitive non immediatamente decifrabili.”

Così, mentre in Ticino la polizia invita più o meno bonariamente le persone per strada a tornare a casa, in Italia fioccano le denunce.

Il problema non è dunque il cosa: è necessario stare a casa per fare terra bruciata attorno al virus; è piuttosto il come. Fare leva sul senso di responsabilità o agire con la repressione su chi non rispetta le indicazioni del governo?

In gioco ci sono diritti fondamentali di noi tutti: quando questi vengono sospesi, chi ci dice che una volta finita l’emergenza tutto torni alla normalità? 

Facciamo dunque prova di responsabilità e restiamo a casa, per non dare a nessuno la scusa di promuovere norme ancora più restrittive. E insieme teniamo le antenne alzate, per evitare che una temporanea emergenza si traduca in qualcosa di molto, molto più inquietante.

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