A che normalità puntiamo?

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Oltre a coronavirus le due espressioni che vanno per la maggiore sono: Torneremo alla normalità e Nulla sarà più come prima. In realtà nessuno è in grado di prevedere cosa succederà e come ci comporteremo quando tutto sarà finito. Tuttavia vale la pena di ragionare un pochino su questi due concetti.

Cosa significa tornare alla normalità? Ad esempio, torneremo a preoccuparci per il calo delle nascite nei Paesi industrializzati, quando sappiamo per certo che oltre 7 miliardi di persone sono troppe sul pianeta Terra? E che una delle cause delle pandemie è proprio il fatto che sempre più persone entrano in contatto con animali che prima se ne stavano più o meno tranquilli nei loro ambienti grazie una buona biodiversità (che è andata progressivamente riducendosi)?

Torneremo a spostarci per piacere da un luogo all’altro del pianeta in aereo o in automobile, pur sapendo che questo peggiora le nostre prospettive di sopravvivenza? Torneremo regolarmente a votare su ulteriori sgravi fiscali (per non perdere in competitività) pur sapendo che la distribuzione del reddito sta peggiorando in tutti i Paesi e che di parallelo aumentano le persone in difficoltà economiche? Torneremo a ignorare l’impellente necessità della transazione energetica, perché il profitto viene prima della qualità di vita? Oppure continueremo a pensare che le spese per la ricerca sono inutili?

E cosa significa Nulla sarà come prima? Saremo più solidali e tolleranti o incrementeremo ulteriormente il nazionalismo e l’individualismo? Avremo paura di andare al ristorante, di seguire un concerto, di stringerci la mano? Guarderemo con sospetto il nostro vicino? Oppure inizieremo veramente a costruire un nuovo modello sociale ed economico?

Molti governi (compreso il nostro cantonale) hanno messo in piedi delle Task-force, per lavorare sulle strategie di uscita dalla crisi, ma siccome la maggioranza della classe politica è la stessa di quella che ha contribuito a creare questa situazione, ho dei forti dubbi che riusciranno a proporre delle soluzioni che non sia mainstream.

In realtà la politica dovrebbe avere il coraggio di cambiare completamente approccio e avere l’umiltà di ascoltare scienziati in grado di proporre soluzione rivoluzionarie, ma questo non succederà e purtroppo non abbiamo tempo da perdere.

Certo è facile auspicare cambiamenti quando – come nel mio caso – alla fine del mese ricevi comunque uno stipendio dignitoso. Se invece arrivare alla fine del mese diventa una sfida quotidiana e non sempre riesci a nutrire a dovere la tua famiglia (sto parlando della Svizzera e non di un Paese sottosviluppato) non ti interessa più di tanto se il lavoro che ti propongono ha delle conseguenze sul cambiamento climatico o altre “quisquilie” di questo tipo. Ecco perché diventa centrale – come ho spiegato in un precedente articolo – che si riesca a garantire un reddito minimo a tutti. (leggi qui sotto)

È indispensabile che la politica neoliberista termini ora, nella primavera del 2020. Questa è la base sulla quale costruire il cambiamento per evitare in futuro di essere confrontati con pandemie magari ben più devastanti del coronavirus che in fondo ha toccato direttamente circa l’1% della popolazione, ma anche per evitare che la società si disintegri. Torneremo alla normalità ma non potrà più essere come prima, anzi: speriamo solo che non sarà peggio.

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