Appunti da un soggiorno “obbligato”

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Cuggiono è un paese di ottomila anime in provincia di Milano. Mi affaccio alla finestra. Il silenzio è assordante. Poco, pochissimo si muove. Ciak, inquadratura a campo lungo, la strada è vuota, le auto sono tutte in garage. Ciak, campo lunghissimo, gli aerei che dal mio salotto osservavo all’orizzonte scendere sull’aeroporto di Malpensa non volano più. Sono fermi sulla pista. Ciak, primo piano, i Cuggionesi sono tutti reclusi in casa. Ciak, dettaglio, gli occhi di un bambino che guarda le altalene del vicino parco giochi.

Sempre e soltanto Cuggiono. Cerco le inquadrature di prima ma adesso è notte e mi limito a campi lunghi e lunghissimi: una luna quasi piena illumina a giorno la strada deserta, così luminosa da proiettare ombre di alberi nel giardino di fronte. Il silenzio è ancora più potente, non si sente nemmeno quel piccolo rumore – forse la ventola di una fabbrica- che a volte, a dipendenza del vento, si ode in lontananza.

Le luci no, quelle ci sono tutte, almeno qui in paese. Mi piacerebbe però salire su qualche cima delle Prealpi varesine, che ne so, penso a Martica, Pianbello, Campo dei Fiori, e guardare verso Malpensa, chissà se anche in queste notti da reclusi in casa miliardi di watt inondano la pianura.

Giorni strani e notti particolari, che fan pensare (dovrebbero) all’oggi e al domani.

Ieri, giovedì 9 aprile, come se non bastasse il linguaggio bellico usato dai media –“eroi, guerra, trincea, ecc”-, pare che a tutti quelli che hanno acquistato il Corriere della sera il giornale abbia regalato una bandiera italiana. Forse c’è un campionato di calcio del “mondo indoor” con l’Italia in finale? Strano, nemmeno i giornali sportivi specializzati ne parlano.

Forse per aiutare a tenere vivi i nazionalismi tipo quello propugnato da Salvini e compagnia bella? Ma no, sono già forti di loro, anche se un aiutino non si rifiuta mai. Forse per costruire mascherine per far da barriera al virus? Pare di no, sembrerebbe che la stoffa in poliestere della bandiera non sia adatta a tale scopo.

Non rimane che l’ultimo impiego possibile ovvero quello di usarla per nascondere il dramma, insomma un tappeto sotto il quale nascondere lo sporco, la polvere e le crepe della scuola, dello Stato sociale, della sanità, del mondo del lavoro, dei diritti civili: triste impiego per dei bei colori intensi che invece potrebbero aiutare a ragionare, a sperare, a impegnarsi perché non sia più come prima. Sarebbe triste ritrovarci di dove eravamo prima di tutto questo.

Riflettere su quanto ci sta mancando il rapporto con l’ambiente e con gli altri, sul fatto che possiamo vivere senza tante cose ma non senza gli affetti e il rapporto con la natura; proviamo ad andare un po’ più a fondo, proviamo ad entrare nelle crepe del sistema – oggi è meno difficile perché più che crepe sono voragini – potrebbe essere questo il lato “positivo” di questa reclusione forzata.

E se avete tempo e voglia di leggere vi consiglio questo bell’articolo di Angel Luis Lara, parla “non solo del capitalismo in sé ma anche del capitalismo in me”. Aiuta a pensare. Al momento, uno dei pochi modi per evadere da casa.

https://ilmanifesto.it/covid-19-non-torniamo-alla-normalita-la-normalita-e-il-problema/

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