BoJack, assennato come un cavallo

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BoJack, negli anni Novanta, era stato l’attore protagonista di una sitcom di successo. S’intitolava “Horsin’ Around”. Lui era un cavallo che si prendeva cura di tre orfanelli senza una casa né amici. Un modello di famiglia che, all’epoca, almeno sul piccolo schermo, era riuscito a conquistarsi il favore del pubblico. Poi però, come sempre accade, i riflettori a un certo punto si spengono, la serie “Horsin’ around” viene cancellata e la vita ti costringe a rimboccarti le maniche e a dover ricominciare da capo.

Questo è esattamente il punto in cui ritroviamo BoJack Horseman. Quando è ormai una vecchia star della tivù. Ormai fuori moda, depresso e narciso, con problemi di dipendenze da alcool e altre varie sostanze, che cerca in tutti i modi di tornare alla ribalta con qualcosa di nuovo. Qualcosa che lo riporti in vetta. A quell’ebbrezza e alla celebrità di un tempo. Di nuovo in pista sulle montagne russe della vita. Un racconto che con il passare del tempo, grazie anche ad un solido sviluppo orizzontale della trama, rende l’incedere di questa singolare icona equina e degli altri personaggi di contorno, una bella metafora del presente.

Un cavallo antropomorfo, in un mondo in cui uomini e animali sono le due facce di una stessa medaglia. Un mondo straniante, ma carico di verità, manco fosse la copia carbone del reale. Una serie in cui i personaggi hanno pregi e difetti delle persone vere, hanno obiettivi, passioni e soprattutto cambiano. I cambiamenti sono il motore che muove e fa macinare chilometri all’intera serie. Le tracce si accumulano. Così come gli errori e i ricordi non sempre gradevoli. Esattamente come nella vita reale, anche in “BoJack Horseman” c’è chi non riesce a cambiare malgrado ci provi, chi lo fa senza sforzo e chi è costretto a farlo spinto dalle circostanze, talvolta tragiche.

Probabilmente Bob Waskberg, il creatore di questa serie ormai oggetto di culto, non avrebbe mai immaginato che la sua creatura potesse elevarsi a manifesto generazionale, restituendoci il carico di disillusione e il fallimento di chi, come BoJack, ha cercato di colmare il proprio vuoto esistenziale, con la recitazione e un ruolo effimero all’interno di una sitcom. Credendo magari che quella potesse essere la migliore scorciatoia con la quale vedere soddisfatto il proprio bisogno di riconoscimento. Un percorso fallimentare, una Via Crucis, che si mostrerà sempre di più come tale col passare del tempo e delle stazioni.

All’inizio della storia, BoJack prova a risollevare la sua fama con la pubblicazione di una biografia. BoJack Horseman, la rappresentazione nuda e cruda dello star system hollywoodiano. Di fronte a un gigantesco mosaico le cui tessere rivelano un mondo vuoto e depresso, dove le leggi che lo regolano sono imbevute di falsità e cinismo. Ma anche di momenti di magia narrativa, con personaggi e situazioni che sono degne di un Jerome David Salinger. Scrittore che, non a caso, appare in più di un’occasione nel corso della serie.

Di recente, BoJack Horseman è finito. La serie, almeno. Ma non prima di aver dato prova della propria capacità di saper costruire mondi. Esplorando perfino le potenzialità dell’animazione tradizionale a livello visivo e narrativo come nel caso del celeberrimo episodio, quasi interamente muto, ambientato nelle profondità marine. O per il coraggio di affrontare temi adulti come l’alcolismo, la tossicodipendenza e la depressione in modo rispettoso e serio, pur affiancandoli alla componente comica della satira di Hollywood, nel frattempo diventata Hollywood.

Bojack, un cavallo molto, troppo umano. Una presenza distruttiva, a volte diabolica, pur non essendo lui cattivo di suo. Gli ultimi otto episodi, della sesta e ultima stagione, in modo intelligente e toccante tirano le fila della storia lasciandoci tutti con la giusta dose di amaro in bocca. Ma anche con qualche bella e dovuta soddisfazione. Con BoJack che si disintossica e finalmente scende a patti con la sua vera natura. Fino alla scena finale. Un tetto sul quale Diane Nguyen e BoJack si ritrovano a discutere della loro amicizia e delle rispettive solitudini. Perché anche se la vita fa schifo, in fondo, qualche bella serata, ogni tanto capita.

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