Camarelli e armamenti

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Venerdì 17 aprile è attraccata al porto di Genova una nave della società Saudita Bhari con un importante carico a bordo diretto verso il Medio Oriente. Cosa trasportava secondo voi? Cosa dite? Beni di prima necessità? Mascherine e ausili per il personale sanitario? Respiratori polmonari? No, nulla di tutto questo. Nel ventre della nave “Abha” erano invece ospitate decine di mezzi blindati (come dimostrano le immagini, scattate dai lavoratori portuali, alla stiva della nave ormeggiata al terminal GMT di Ponte Eritrea), armi che andranno ad alimentare quelle guerre criminali che si combattono in Siria, Yemen, Kashmir e Turchia.

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I fatti dicono molto più dei proclami ufficiali. La guerra è un’industria fondamentale che deve funzionare a pieno regime anche quando il resto chiude per il Coronavirus.La questione non è nuova, nelle stive sempre lo stesso carico: armamenti. Uguale anche la tratta perché è da anni che le navi della Bahri fanno la spola da una parte all’altra dell’Atlantico. Più precisamente tra il terminal militare statunitense Sunny Point in North Carolina e Gedda, porto saudita sul Mar Rosso facendo tappa nei porti europei.

L’ultima volta è stata due mesi fa, era il 17 febbraio, e anche allora i camalli (così si chiamano gli scaricatori in dialetto ligure) del porto di Genova, come anche i colleghi degli scali marittimi francesi, belgi, tedeschi e spagnoli, si sono rifiutati di caricare/scaricare materiale bellico dalle navi, riportando l’attenzione su uno dei conflitti più drammatici e dimenticati. Quello dello Yemen.

In Yemen, uno dei Paesi più poveri della penisola arabica – oltre 20 milioni di persone con problemi alimentari, di accesso all’acqua potabile e senza le minime condizioni igieniche – si sta consumando una guerra che vede contrapposte le forze governative, sostenute dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti ed i ribelli Huthi, appoggiati dall’Iran. Un conflitto che dura da cinque anni che l’Onu ha definito come “il peggior disastro umanitario” di questo secolo e il Covid-19 può solo peggiorare la situazione.

E’ vero, il virus può colpire tutti, ma in Yemen la sanità pubblica praticamente non esiste e solo chi ha i soldi per pagarsi i costi proibitivi di quella privata potrà salvarsi. Le proteste dei lavoratori sono state ricordate da Papa Bergoglio nella conferenza stampa di ritorno dal suo viaggio in Giappone, (video in basso) dove ha fatto espresso riferimento ai portuali di Genova.

Questi concetti sono stati ribaditi con forza nel messaggio di Pasqua che ha pronunciato in una basilica di San Pietro vuota: “…quanti hanno responsabilità nei conflitti abbiano il coraggio di aderire all’appello per un cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo. Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbe essere usati per curare le persone e salvare vite”. 

Fabrizio De Andrè, uno dei più grandi interpreti della canzone d’autore italiana, genovese sino al midollo, cantava nella sua Creuza de ma: “Umbre de muri, muri de mainé , dunde ne vegnì duve l’è ch’anè”. (Ombre di facce, facce di marinai, da dove venite dov’è che andate). Quasi un inno ai lavoratori di una città che è sempre stata sinonimo di accoglienza e integrazione e lotta per i diritti politici e sociali. E chissà cosa avrebbe fatto in una situazione come questa Paride Batini? Non ho dubbi, avrebbe chiesto subito un incontro a papa Francesco per discutere di una piattaforma comune e condividere le iniziative da intraprendere: CULMV e Vaticano uniti nella lotta. Cose dell’altro mondo. Già. Alla maggior parte dei lettori probabilmente il nome di Paride Batini non dirà nulla, come nulla dirà la Compagnia Unica dei Lavoratori Merci Varie, il cui acronimo è CULMV.

Un po’ di storia: i lavoratori del porto di Genova si associarono con forme cooperative sin dal 1400 e l’associazione operaia, che prende forza a partire dalla fine dell’800, verrà chiusa durante la dittatura fascista. Alla fine della guerra nasce la CULMV appunto. La compagnia, fondamentale per lo svolgimento delle attività portuali, sarà un’organizzazione operaia autogestita che lotterà per ottenere diritti, condizioni di lavoro migliore, sicurezza, antinfortunistica, salari e assistenza dignitosa per i propri aderenti.

I camalli interverranno direttamente anche a sostegno dei popoli che lottano per la libertà, l’emancipazione divenendo riferimento per tutta la classe operaia ligure e non solo. La crisi degli anni ’80 del ‘900, l’introduzione di nuove tecnologie assommata alla decisione di ridurre il ruolo commerciale del porto di Genova e la scelta di sfiancare il potere della Compagnia portarono a durissime lotte che ridimensionarono il potere dei lavoratori e Paride Batini, comunista, scomparso nel 2009, fu il leader della CULMV per 25 anni.

Che oggi la forza sindacale, la capacità di denuncia dei camalli arrivi in cielo è cosa particolare, che il successore di Pietro apra le porte e la faccia entrare, in barba a tanti altri che non dicono nulla, è proprio segno dei tempi. Intanto nello Yemen, il 9 aprile scorso, l’Arabia Saudita ha decretato il cessate il fuoco, pare che dietro questa scelta ci siano i rischi legati al Covid-19: riuscirà il virus dove la diplomazia ha fallito? Non è la prima tregua che le parti si danno ma questa volta ci potrebbero essere motivi per ben sperare.

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