Carl Lutz, storia di un diplomatico disobbediente

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Oggi, 25 Aprile, si celebra il 75° Anniversario della Liberazione d’Italia. Per l’occasione Gas ha deciso ricordare la storia di Carl Lutz, il diplomatico svizzero che, con coraggio e astuzia, salvò la vita a più di 60’000 ebrei.

La Storia è un groviglio di date, luoghi, nomi che hanno lasciato un segno, nel bene e nel male. In questa fitta matassa troviamo storie -poco note- che meritano di essere ricordate ma che, per un insieme di circostanze, si perdono nella memoria collettiva. Storie incredibili che vengono dimenticate in soffitta oppure rinchiuse in qualche polveroso archivio. 

Una di queste è proprio quella di Carl Lutz, il diplomatico disobbediente, e vogliamo raccontarla proprio oggi, 25 aprile, giorno in cui l’Italia si ricorda della sua resistenza perché, anche se svizzero e non partigiano, Lutz si è ribellato alla follia nazi-fascista.

Biografia di un Giusto

Carl Robert Lutz nasce a Walzenhausen (AR), il 30 marzo 1895. Ultimo di nove figli, trascorre la sua giovinezza in una comunità contadina, semplice e molto credente.

Ha solo 17 anni quando, nel 1913, emigra negli Stati Uniti. Il sogno americano però dura poco e ben presto il giovane si ritrova senza soldi né specializzazione, costretto a vivere di piccoli lavoretti.

Nel 1914 scoppia la Grande Guerra, che porterà al macello un’intera generazione e di cui Carl non vuole fare parte, tanto che sarà costretto a vagabondare da uno Stato all’altro per scappare dagli agenti del reclutamento. Nello stesso periodo Lutz si appassiona allo studio della teologia e del latino, tanto da valergli l’impiego all’ambasciata svizzera di Washington D.C.

L’ambasciatore svizzero Marc Peter, accortosi della bravura del giovane, lo incoraggia ad iscriversi alla Georgetown University, famosa per formare l’élite diplomatica americana, dove si laurea nel 1928. 

Nel 1935 viene inviato in Palestina dove vi rimarrà fino al 1941. Durante quegli anni sarà testimone diretto degli scontri fra i palestinesi ed ebrei europei fuggiti dalle persecuzioni.

Nel 1939, ad inizio guerra, la Germania chiede alla Svizzera di rappresentare gli interessi tedeschi nella regione e Carl viene promosso a Vice-Console. Fra i vari compiti a cui è chiamato a svolgere Lutz si occupa di rappresentare i cittadini tedeschi, gestire gli immobili germanici, oltre ad aggiornare Berna sul conflitto palestinese. 

L’ arrivo a Budapest

Nel gennaio del 1942 Lutz viene trasferito a Budapest. Oltre all’incarico di Vice-Console, lo svizzero è chiamato a rappresentare anche Stati Uniti e Inghilterra, poiché i consolati sono stati abbandonati per via della guerra, e inizia a collaborare con l’Agenzia Ebraica per la Palestina. 

Grazie agli accordi presi con l’Inghilterra, Lutz riesce a far trasferire circa 10’000 bambini in Palestina. 

Nel 1944 le truppe del Führer occupano l’Ungheria ed è proprio in quel momento che il diplomatico si rende conto che il suo impegno non può rimanere entro i confini del semplice incarico diplomatico.

Dedicata tutto se stesso al disperato tentativo di salvare il maggior numero possibile di ebrei ungheresi rimasti nella capitale.

La casa di vetro e le lettere di protezione 

Si stima che fra il 1942 e il 1945 circa 62’000 ebrei (ovvero metà della popolazione ebraica residente allora nella capitale) riuscirono a salvarsi dalle deportazioni grazie all’intervento di Lutz, ma come riuscì a imbrogliare personaggi come Edmund Veesenmayer, proconsole in Ungheria di Hitler, o Adolf Eichmann e i suoi criminali del SS?

Grazie al suo savoir faire e alla sua diplomazia Lutz riuscì a negoziare, coi vertici delle SS e del regime ungherese di Horty, 8000 lettere di protezione, dei lasciapassare che permettevano agli ebrei di emigrare verso la Palestina. Successivamente, grazie anche all’aiuto della moglie, Gertrud Lutz-Fankhauser, e di colleghi fidati, fece ricopiare quei documenti più e più volte.

Inoltre ottenne la concessione dell’extraterritorialità di 72 edifici, fra cui la più nota “casa di vetro”, che servivano a nascondere gli ebrei rimasti in città. 

Lutz non fu il solo

Il suo atto coraggioso e nobile aveva smosso le coscienze di altri colleghi, cittadini e uomini, come Ernest Vonrufs e Peter Zurcher, che lo aiutarono a organizzare il geniale quanto pericoloso “gioco” diplomatico delle case protette. Al piano parteciparono anche il diplomatico svedese Raoul Wallenber e l’italiano Giorgio Perlasca, fintosi spagnolo per potersi accreditare come incaricato dell’ambasciata iberica e rilasciare anch’egli false lettere di protezione agli ebrei braccati.

A guerra terminata le gesta di alcuni di questi uomini vennero rese note, come nel caso Wallenberg, scomparso misteriosamente nel 1945, si sospetta ucciso dai sovietici “per errore”. La vicenda creò scandalo, ma nonostante il polverone creatosi e le indagini effettuate negli archivi sovietici, non si scoprì mai la sorte del diplomatico svedese. 

Se Wallenberg è scomparso ma non è stato dimenticato dalla gente, lo stesso non si può dire di Lutz. 

Un eroe dimenticato

Nonostante sia stato l’artefice del più grande salvataggio di persone di tutta la Seconda Guerra Mondiale il  nome del diplomatico svizzero è ancora troppo poco presente nelle pagine di Storia nazionali e non. 

Ritornato in Patria, Lutz non viene accolto come un eroe ma come un traditore. Il Governo elvetico ha infatti deciso di aprire un’inchiesta sul suo operato, con l’accusa di abuso di potere. Ma Carl non capisce questo accanimento e, anche se verrà giudicato in seguito come non colpevole, quel senso di ingiustizia se lo porterà fino alla morte, avvenuta il 12 febbraio del 1975. 

Nel 1965 lo Yad Vashem decide di rendergli omaggio, insieme a sua moglie, assegnando loro il titolo di “Giusti fra i popoli” e riceve pure una candidatura per il premio Nobel per la pace.

Ma Carl non c’è ancora nei libri di Storia, il suo nome non risuona durante le lezioni. La Svizzera sembra lo voglia dimenticare. 

Soltanto nel 1995, a vent’anni dalla sua morte, le autorità elvetiche -spinte soprattutto dallo scandalo inerente ai beni ebraici in gerenza nelle banche svizzere- si decisero a riabilitare la sua figura.

Tipico nostro, essere puntuali nell’inviare un sollecito di pagamento ma sempre in ritardo quando si parla di riconoscere il merito a qualcuno che fra il ’42 e il ’45 non ha salvato solo vite umane, ma ha salvato anche la dignità di un’intera Nazione.

Perché mente lui gli ebrei li faceva scappare in Palestina, la sua amata Patria, la nostra Svizzera, quei maledetti vagoni pieni di uomini, donne e bambini, diretti verso la morte, non li ha mai fermati.

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