Ci state a farvi terrorizzare?

Di

Un vaccino svizzero? Il forse è d’obbligo, visto l’affastellarsi di notizie, di farmaci presunti miracolosi e di continui cambiamenti di rotta sul genere di patologia che in realtà provoca il virus. Questo articolo vi farà paura, tanta. Ma a volte la paura è sprone del cambiamento, un cambiamento che non è più un’opzione ma una tragica necessità.

Un team di ricercatori dell’Università di Berna, guidati dal professor Martin Bachmann, immunologo, sarebbe ragionevolmente ottimista riguardo alla possibilità di poter sintetizzare un vaccino per settembre o ottobre. Tempi molto brevi rispetto a quanto pensava la comunità scientifica internazionale. Scrive RSI News:

“…Bachmann, che è anche professore di vaccinologia all’istituto Jenner dell’università di Oxford, ha affermato che l’accelerazione dei tempi può essere almeno in parte spiegata dal procedimento, che potenzialmente facilita la produzione. L’equivalente di 200 litri di fermento batterico, che serve per le iniezioni, potrebbe servire per 10-20 milioni di dosi (…).”

Tutto bene? Certo, a breve termine. Ma il problema serio, che siamo tutti chiamati ad affrontare nell’immediato futuro è un altro. Mettiamola così, il virus Covid-19 è un dilettante, Una mortalità dell’1 o 2%, tra soggetti deboli o anziani, non è una reale sfida. Per la specie è in realtà poco più che un refolo di vento. La tempesta però si sta addensando dietro le montagne, le nuvole si stanno gonfiando e se non cambiamo rotta immediatamente, rischiamo che ci piombi addosso in tutta la sua tragica violenza.

Per capire di cosa stiamo parlando dobbiamo capire una cosa. Questi virus e anche quelli di altre famiglie, nascono facendo un salto di specie. Ma perché lo fanno? Semplice, perché specie che non erano a contatto tra loro fino a poco tempo fa, sono costrette oggi, dall’uomo, dalla deforestazione e dall’antropizzazione, alla promiscuità.

Facciamo due esempi.

Il primo riguarda la peste bubbonica. Non fu creata in laboratorio, si mettano il cuore in pace i complottisti, furono dei mercanti genovesi che la portarono dalle steppe della Crimea, e dalla loro colonia di Caffa. Origine del morbo, probabilmente circoscritto a piccole popolazioni, una marmottina delle praterie. Lo svilupparsi del commercio e l’insediamento degli uomini, favorì il passaggio di una delle epidemie più letali della storia umana da specie a specie.

Il secondo invece riguarda un’epidemia letale, che mise in ginocchio la Mongolia e che viene raccontata da Richard Kock, veterinario esperto di epidemie animali al Royal veterinary College di Londra.

Chiamato con urgenza in qualità di esperto, dopo un viaggio di due giorni che lo portò nel cuore delle steppe mongole, Kock trovò migliaia di cadaveri, fosse comuni e disperazione. Ma a morire non erano gli uomini, erano le capre. Un morbo devastante, parente stretto del morbillo, aveva decimato la popolazione caprina e ovina del Paese. Un virus devastante, con il 90% di mortalità. Kock, che ha lavorato per decenni in tutto il mondo per arginare epidemie del bestiame, non aveva mai visto una cosa del genere.

Il virus fece un salto, non verso l’uomo per fortuna, ma verso le antilopi saiga, una specie protetta e in pericolo. Le saiga oggi, a seguito dell’epidemia, sono ridotte a un lumicino. Solo poche migliaia di capi sono sopravvissuti alla malattia. Queste rare antilopi della steppa, le più veloci del mondo, vivono in branchi come le capre.

E come l’uomo.

Ma state tranquilli, questa malattia, della stessa famiglia del morbillo, come dicevamo non è trasmissibile all’uomo. Per adesso.

È lo stesso Kock a raccontarlo, in un interessante articolo di Huffpost.

Kock ci spiega che questi sono virus cattivi e sono formidabili per diffusione e virulenza, nonostante non infettino l’uomo. A impedire che il virus colpisca l’uomo sono solo due aminoacidi. Il salto però, secondo Kock, è “facilmente possibile”.

Più passa il tempo, più comprendiamo le dinamiche di Covid-19, più il concetto di passaggio dei virus dagli animali all’uomo è chiaro. E questa cosa fa paura, molta più paura dello stesso Covid-19.

Covid-19 ci è stato passato dai pipistrelli. Animali che potenzialmente non entrano in contatto con altri animali o con l’uomo. I mercati cinesi sono in questo caso, dei vettori formidabili, dei veri e propri laboratori in cui i virus possono decidere se modificarsi, evolvere e infettare altre specie. È il normale lavoro di un virus: espandersi, proliferare e crescere. Più specie riesce a infettare e più probabilità ha di diffondersi.

Ma dare la colpa ai cinesi è una patetica foglia di fico per coprire le nostre colpe. Anche la deforestazione, o la scomparsa scriteriata di ecosistemi, come per esempio in Amazzonia, o in Africa, (l’HIV e l’ebola sono state trasmesse dalle scimmie), mettono in contatto popolazioni isolate di animali portatori. In questo modo serviamo ai virus su un piatto d’argento la specie più interessante, numerosa, promiscua e sociale, che vive per la maggior parte in enormi agglomerati sovrappopolati: l’uomo.

Sarebbe come se una pecora andasse volontariamente dal macellaio porgendogli pure il coltello.

Là fuori, sul nostro pianeta, ci sono milioni di virus che risiedono negli animali e che possono potenzialmente infettare l’uomo. Non è una moda del momento, ce lo dicono i virologi. La distruzione degli ecosistemi, e lo sfruttamento delle aree occupate dagli animali, portano il rischio di epidemie al suo massimo, rendendo il nostro secolo un’epoca non di probabili, ma di certe epidemie.

Molti virologi sostengono che rispetto ad altri virus potenzialmente contagiosi e che non hanno ancora fatto il salto, Covid-19 è solo un dilettante, chiamiamolo un riscaldamento per la partita.

E questa partita dovremo giocarla fino in fondo, con ostinazione e cocciutaggine, senza risparmi. Perché la posta in gioco è il premio più importante: la nostra sopravvivenza come specie.

Parlare di vaccini e di sforzi per debellare il virus è solo occuparsi dei sintomi, mentre la malattia continua a galoppare. Stati e politici lungimiranti investirebbero i miliardi che ci è costata questa battuta d’arresto per proteggere il pianeta, ricreare gli ecosistemi e strutturare dei protocolli di salvaguardia futura. D’altra parte ci rendiamo conto che per esempio il Brasile, una delle aree più importanti naturalisticamente parlando, è governato da un pazzo furioso asservito alle lobby dello sfruttamento del territorio. Stesso discorso vale per Donald Trump e il Congresso USA, a cui si sono recentemente rivolti (con grande ottimismo riteniamo) un centinaio di organizzazioni per la salvaguardia dell’ambiente, chiedendo dei disegni di legge che incoraggino la tutela degli ecosistemi che se distrutti sono all’origine di virus come Covid-19.

Anche qui ricordiamo che Trump è in prima linea per fare invece proprio il contrario, con le sue incessanti campagne per ridurre la protezione della fauna e dell’ambiente.

Per riassumere, dal 1940 nel dopoguerra, l’enorme espansione umana, con lo sfruttamento del suolo e l’urbanizzazione vertiginosa, ha favorito lo sviluppo di questi virus, diventando principali vettore della propria distruzione.

Il vaccino bernese è una bella cosa, siamo d’accordo, ma è come un dito infilato nella chiglia di una nave che dall’altro lato ha una voragine da cui l’acqua entra a fiotti. Il problema non è il lockdown, non è il vaccino, non sono i morti. Il problema è il rapporto tra noi e il pianeta. Il Covid-19 ci ha raccontato cose che nemmeno Greta Thunberg aveva immaginato.

Ci ha sussurrato nell’orecchio che abbiamo tirato troppo la corda, ci ha avvisati.

Capiremo nei prossimi decenni se siamo una specie stupida e sorda, oppure se sapremo fare tesoro di quello che la natura ci ha insegnato schiaffeggiandoci dolorosamente.