Così distanti e così vicini – 2a parte

Di

(Leggi qui la 1a parte)

In un momento d’incertezza come quello che stiamo attraversando bisogna anche fare i conti con i sentimenti. Un turbinio di emozioni che fanno capolino e che cerchiamo di gestire fra ciò che accade qui da noi e gli affetti che magari sono in giro per il mondo. Per lavoro, per studio o per ragioni che possono essere le più disparate.

Città fantasma

Due giorni dopo le esternazioni del sindaco De Blasio che aveva affermato che tutti avrebbero potuto continuare a fare la propria vita di sempre malgrado lo stato d’emergenza, New York chiude tutto. Anche la scuola di mia figlia decide di passare alle lezioni online. Intanto ci si sente sempre più spesso, si media l’ansia, si prova a smussare la tristezza, si cercano soluzioni alle difficoltà pratiche. I mezzi pubblici sono impraticabili. Le biciclette sono andate a ruba. Lei cucina per tutti a casa e segue le lezioni online. Le stazioni della metro sono deserte. La città è spettrale. I senzatetto si rifugiano in periferia e vagano senza meta. Intanto ai supermercati si allungano le code, ora però, oltre che per il cibo, la fila c’è pure per l’acquisto di armi. È uno dei primi effetti della paura. Come se davvero bastasse una pistola per difendersi dal virus. Ci commuoviamo per tutto quel che sta succedendo. Unite dai racconti. Lei di là, io di qua dell’oceano. Come tanti, lontani e incerti sul rientro.

Tsunami emozionale ed esistenziale

La Lontananza amplifica le fragilità, mentre il contatto umano e il fatto di poter star vicino ai tuoi cari, mitiga le ansie e le comprensibili paure. È un sentimento comune a tutti. Chi è fisicamente molto lontano, e chi è qui a due passi, ma al quale non puoi comunque avvicinarti. Tutti via, lontani dalla possibilità di consolarci con un abbraccio, una carezza o un bacio. Da soli in quarantena, in una casa per anziani o in un ospedale a combattere per la vita. Apparentemente e forzatamente abbandonati. Lontani per studio o per lavoro. Tutti quanti impegnati a vivere, a imporci rituali quotidiani, a raccattar parole per riempire le ore, a inventarci i giorni per stare a galla. Navighiamo a vista, tutti sulla stessa barca.

Vicini e lontani

La mia figlia più piccola è a Zurigo. In quarantena da 21 giorni. Vive in un appartamento con altre cinque persone. Sono fortunati, hanno uno sbocco sul tetto e vedono Zurigo dall’alto. Intravedono le persone che non hanno cambiato le loro abitudini o forse non hanno ancora capito. Complice il bel tempo passeggiano in gruppo, sulle rive della Limmat. Nell’appartamento, lei e i suoi coinquilini, seguono quello che succede qui e in Italia. Ciò li ha portati a rimanere a casa ancor prima che le autorità lo raccomandassero. Le poche volte che escono a fare la spesa, sentendoli parlare italiano, le persone si scostano. Si vive così. Il panico allontana. In tutti i sensi. Ci sentiamo, siamo vicine, accomunate da un medesimo vissuto con il resto del mondo. Ci si sostiene, ci si ascolta, si parla d’altro. Si costruisce un percorso da seguire. Si fa come fanno tutti. Si sopravvive, accomunati dal medesimo comun denominatore che è per tutti il medesimo.

Alla disperata ricerca di un volo

Dopo diverse sollecitazioni degli studenti che chiedono, se vi sono delle disposizioni, se devono rientrare o meno, la sede della scuola a Ginevra invia una mail nella quale invita tutti a rientrare il più presto possibile. Cerchiamo un volo. L’unico corridoio ancora aperto è quello con l’Inghilterra. Non è il momento di andare per il sottile, cerco un volo su Londra. In giornata si chiudono anche quelli. Ormai è il caos, i collegamenti si aprono e si chiudono. Alla fine troviamo un volo, proprio nel giorno in cui Trump dichiara lo stato di calamità a New York. Il volo lo paghi cinque volte la tariffa normale, ma sei comunque felice di averlo trovato. Ci sentiamo, ma la telefonata dura poco. C’è un problema con la linea.

Sofferenza e solitudine

Ci aggrappiamo coi denti e con le unghie alla vita, raccogliamo le forze e cerchiamo di scendere a patti con l’ansia. Avvolti giorno dopo giorno nell’incertezza del momento e con la consapevolezza di vivere qualcosa di assolutamente inaspettato, con una fragilità inaspettata anche se ci scopriamo molto più forti di quello che pensavamo. Le giornate si rincorrono e il tempo che passa ci lascia la speranza che domani sarà un po’ meglio, che la confusione e il nostro senso d’impotenza finiranno. Che passerà anche questo, che riusciremo di nuovo ad abbracciarci, a stare più vicine.

Manhattan spettrale e deserta

Come per tutti coloro che s’apprestano a rimpatriare, si sbrigano le ultime formalità e si scrive insieme una lista sulle cose ancora da fare prima di rientrare. Dovrebbe ritirare il suo materiale a scuola, ma non può entrarci. Lascerà lì tutto. È così il momento di preparare la valigia. Sente la febbre, ha i brividi. È suggestione. La paura di non farcela. Con la febbre non la lascerebbero partire. Agitazione che si mescola all’ansia. Io qui incagliata nelle maglie dell’impotenza. Si fa fatica a trovare un mezzo di trasporto per l’aeroporto. Decidiamo per un taxi. Un lusso inevitabile in questa situazione. Poi la corsa all’aeroporto. Più di un’ora di viaggio. Manhattan è deserta, bella, austera, se non fosse per un motivo terribile, probabilmente sarebbe la scena di un film. Ma non lo è. A New York è appena stato decretato lo stato di calamità.

In fretta e furia

Mi informo su come ci si deve comportare al rientro. All’ufficio rimpatri mi dicono che non è necessario stare in quarantena. Siamo allo stesso sviluppo dell’epidemia finora registrato negli Stati Uniti. Sul volo stipati, nessuna precauzione, con tanto di tosse e starnuti. Dentro tutti e via di corsa. A Zurigo nessun controllo, nessuna disposizione. Una gran nostalgia, per aver lasciato gli amici, la scuola, i compagni e i luoghi a lei diventati quotidiani. Colta da un attimo di smarrimento, vorrebbe incontrare e abbracciare sua sorella, ma poi evita di farlo e va dritta al suo alloggio a Ginevra, in quarantena. Dopo sette giorni i primi sintomi, non ha più il senso dell’olfatto e del gusto, raffreddore forte e tosse. Anche un po’ di febbre. È positiva al coronavirus. Almeno però è qui in Svizzera. Un po’ più vicina, comunque lontana.

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