Così distanti e così vicini

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In un momento d’incertezza come quello che stiamo attraversando bisogna anche fare i conti con i sentimenti. Un turbinio di emozioni che fanno capolino e che cerchiamo di gestire fra ciò che accade qui da noi e gli affetti che magari sono in giro per il mondo. Per lavoro, per studio o per ragioni che possono essere le più disparate.

Un tram chiamato desiderio

C’è chi è vicino e deve star distante e chi invece lontano lo è proprio fisicamente. Mia figlia si trova a New York da metà gennaio per un progetto Erasmus. Io sono stata da lei a trovarla. Ho quindi vissuto in differita l’evoluzione dell’epidemia in terra ticinese. Vivendo invece in diretta le esternazioni di Donald Trump che ogni tanto se ne usciva dal suo castello dorato per tranquillizzare tutti con i suoi discorsi da fiaba a stelle e strisce con proclami del tipo “come d’incanto il virus se ne andrà”. L’unica informazione data giorno e notte dalle televisioni era che a Codogno, un paesino del nord d’Italia, era iniziata una non ben identificata epidemia. Di qualcuno che pare avesse avuto un contatto con dei cinesi. Forse una cena. Forse altro. Non si sa.

The show must go on

Verso fine febbraio Trump annuncia due contagi in California, ma tranquillizza più spocchioso che mai, ignaro di qualcosa troppo grande per la sua modalità di ragionamento. Trump, immerso nel suo mondo incantato, raccomanda di continuare come se nulla fosse. Un, due, tre, sotto con la testa, in Inghilterra pecore, e qui struzzi. Il clima che si respira negli Stati Uniti è questo. E poi la vecchia Europa è lontana e sicuramente si tratta di un errore di valutazione, il loro. Se c’è qualcosa di tanto serio, da noi in America sarà tutto diverso. Prenderemo provvedimenti, staremo tutti in quarantena e voilà. A Pasqua, al più tardi, torneremo alla vita di sempre. Su queste parole riparto da New York, il primo di marzo, con un volo su Zurigo. In aeroporto lascio una mascherina a mia figlia. Perché non si sa mai.

L’odore della periferia

Lascio mia figlia con la sensazione di poter vivere lì un po’ con lei. Quando ci sentiamo, ora conosco i luoghi. Quando mi racconta dove sta andando mi sembra di sentire l’odore delle periferie, vedere i colori dei murales e ascoltare le voci delle persone che sulla metro si sovrappongono. Sono felice per lei, è una bella opportunità di studio e di vita. Ma non è facile gestire i sentimenti quando si è lontani. E poi l’epidemia che monta non aiuta. Posso solo cercare di esserle di sostegno e calmare un po’ le ansie. Le sue e le mie.

Cosa succede in città

Intanto a New York s’inaugura una sezione del Moma, si apre la nuova mostra al Whitney e ci si accalca al Guggenheim. La metropolitana è sempre stracolma. Tutti ignari di tutto. Times Square continua con i suoi sbirluccicchii, Broadway con i suoi spettacoli e a Manhattan i locali e i ristoranti sono aperti tutta la notte. Insomma tutto procede come se ancora non sia successo nulla. Poi sono giorni caldi, c’è il processo a Weinstein e l’opinione pubblica è soprattutto concentrata sui dibattiti per le Primarie. Nessuno ha tempo per occuparsi del Coronavirus.

L’America delle scoperte

Poi Trump si affaccia sul mondo, si sveglia dall’incantesimo e cambia idea sull’orribile virus cinese, e inizia l’escalation. Avrà probabilmente notato l’impatto avuto dalle sue parole e dai suoi atteggiamenti sulla Borsa. Il 12 marzo ha messo a disposizione i fondi federali, due giorni dopo mette in campo 50 miliardi per contrastare la pandemia e dichiara l’emergenza nazionale. Poco dopo annuncia alla Nazione un sito di Google che a suo avviso è miracoloso per combattere il virus. Il 21 marzo dichiara lo stato di calamità a New York. La comunicazione con Lara si fa fitta.

Nostalgia serale

Qualche giorno fa mi ha chiamato e ho subito percepito il panico nella sua voce. “Sono andata a fare la spesa, ma gli scaffali erano vuoti”, mi dice. La tranquillizzo è successo anche qui da noi ed è la prima reazione in caso di crisi. Le scuole sono ancora aperte e il sindaco Di Blasio raccomanda di fare la vita di sempre, svagarsi e uscire a cena. Al telefono parliamo delle nostre emozioni e condividiamo i momenti di sconforto. C’è poi anche il fuso orario a distanziarci ancor di più, quando lì cala la sera e ti prende lo sconforto, qui siamo in piena notte. Noi ci sentiamo a qualsiasi ora, ma non sempre ce la facciamo, non sempre la linea è buona, non sempre si riesce a parlare. E rimaniamo appese a un filo fino al prossimo squillo.

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