Errori e strategie di comunicazione

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In una condizione di sospensione com’è quella nella quale galleggiamo oggi, la comunicazione di quanto sta accadendo, gioca e giocherà sempre di più un ruolo centrale nella gestione e nelle sorti di quest’emergenza da coronavirus.

Nell’era dei social e di fronte a una realtà digitale che ci permette di comunicare globalmente in tempo reale, mai come ora s’impone un’attenta e approfondita riflessione su quelle che sono le strategie di comunicazione fin qui adottate. Soprattutto dal profilo istituzionale.

Ci siamo ormai abituati (e forse anche un po’ rassegnati) alle conferenze stampa quotidiane dove Consiglieri federali o di Stato, con toni solenni, ci aggiornano e ci parlano. Ci rassicurano e ci ammoniscono. Ci responsabilizzano di fronte al ruolo che ognuno di noi ha, in questa guerra contro un nemico invisibile ma ben presente.

Ci istruiscono riguardo ai pericoli che questa pandemia comporta per la collettività. Le istituzioni c’informano con dovizia di dettagli sui comportamenti da adottare e sulle indicazione di base da tenere a mente sempre. Accanto a tutto questo il conta-morti e contagiati sale vertiginosamente, la cartina del mondo si fa sempre più rossa un po’ dappertutto e i musi lunghi e le facce tese si moltiplicano.

Ed è proprio per questa ragione che, il come comunicare e raccontare questa cosa che ci riguarda tutti, si fa sempre più rilevante. Ciò che ci attende nei prossimi mesi non sarà per nulla semplice. E noi purtroppo siamo ancora ai piedi della scala. Ci sarà da rimboccarsi le mani, va detto. E per farcela sarà fondamentale affrontare un passo alla volta ciò che, un poco alla volta, ci verrà chiesto di fare.

La metafora che più calza alla situazione attuale è probabilmente quella che paragona il percorso futuro con quello di una maratona. Iniziare a correre pensando ai 40 chilometri e più da percorrere non potrà che essere psicologicamente d’impedimento. Non farà altro che alimentare lo sconforto e l’incomprensione di chi si troverà impreparato psicologicamente e non sarà in grado di gestire le restrizioni imposte, che intaccano la nostra libertà personale e stravolgono le nostre abitudini.

Se voglio affrontare brillantemente una maratona e sperare di terminarla dovrò concentrarmi sui primi dieci chilometri e poi a quel punto capirò come farne altri dieci e così via. È anche per questa ragione che i termini delle ordinanze non hanno scadenze a lunga durata, ma si plasmano sull’evoluzione e il picco del contagio. E probabilmente è proprio nell’ottica di cercare di dare ancora una parvenza di normalità e non deprimere gli americani che Donald Trump appena pochi giorni fa assicurava che per Pasqua le cose sarebbero migliorate.

Parole che sono il frutto evidentemente il frutto di strategie comunicative, di messaggi pensati per essere veicolati da strumenti diversi e che purtroppo non sempre arrivano a tutti. O non nello stesso modo. Ecco perché occorre tenere conto delle caratteristiche della popolazione, dell’età media, delle capacità tecnologiche, e predisporre una strategia che permetta di arrivare a chiunque. Dal giovane internauta appiccicato al suo smartphone, alla casalinga o al nonno in casa anziani che non per forza hanno grande dimestichezza con Internet.

Nell’era dei social occorre essere più vicini anche ai cittadini che non hanno i social, per informare tutti su quali siano i comportamenti, le precauzioni da usare per poter limitare al massimo il contagio. Facendolo in maniera tale da non esasperare gli animi. Evitando che la tensione e l’angoscia crescano fino al punto da traumatizzare una fetta importante della popolazione. Nessuno deve sentirsi lasciato solo o in balia di un mare in burrasca. Ecco perché sarà fondamentale saper comunicare bene le tappe di ciò che ci attenderà nei prossimi mesi. Ci sarà ancora molto da correre, ma almeno sapremo come farlo.

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