I sogni infranti di Sanders

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Nel mio articolo scritto all’indomani delle primarie nell’Iowa, primo passo del lungo e complesso processo che avrebbe portato alla scelta del candidato democratico che sfiderà Donald Trump, avevo espresso grandi (e, col senno di poi, ingenue) speranze per la possibile nomination del socialdemocratico Bernie Sanders.

Questo 6 di aprile, però, la notizia che ha davvero spezzato il cuore, non solo a me, ma anche a milioni di americani convinti di veder finalmente la luce in fondo al tunnel, è stata proprio l’uscita di scena di Sanders. Bernie, pur non abbandonando la corsa, ha dichiarato che sospenderà la sua campagna. Se de iure questo non equivale a rinunciare totalmente alla corsa alla Casa Bianca, di fatto invece lo è. Nelle elezioni fortemente mediatizzate degli Stati Uniti, cessare di accettare donazioni e di produrre materiale promozionale equivale al suicidio.

Sanders andava alla grande nei sondaggi, pareva nettamente più prestante dei suoi oppositori democratici (i vari altri candidati affettuosamente definiti “centrist blob”) e persino lo stesso Trump aveva fatto capire che tra tutti, l’unico candidato che temeva era proprio il senatore ebreo del Vermont. La domanda che quindi in me sorge spontanea è la seguente: cosa è andato storto?

Fin da subito, le prime crepe nel sogno della sinistra americana, iniziano a mostrarsi già durante le primarie in Iowa. In quel casino (per mancanza di un termine più adatto) che sono i caucus, molti dei volontari addetti allo spoglio dei voti hanno segnalato irregolarità. Stesso numero di delegati assegnati a Sanders e ad altri candidati quando il primo aveva ottenuto decine di voti in più, voti mancanti nel conteggio, un ampio ritardo nel comunicare i risultati (comunicati ad arte, a scaglioni: il primo 60% dava in testa Buttigieg, poi sconfitto a risultati definitivi, ma troppo tardi per impedire ai media di decantare il presunto fallimento di Sanders).

Alle primarie in New Hampshire e Nevada, i conti poi hanno continuato a non tornare. Facendo gridare al broglio alcuni addetti allo spoglio e al conteggio delle schede (“ogni tre voti per Sanders, uno viene spostato a Biden” aveva perfino dichiarato un’addetta allo spoglio in Nevada). Ma oltre questo, diventa subito ovvio come i risultati non corrispondano neanche lontanamente ai sondaggi svolti il giorno prima. Biden salta magicamente a percentuali come il 35% pur attestandosi a livelli imbarazzanti come il 17% nei sondaggi.

Mentre i vari componenti del blob centrista si fanno da parte dando il loro endorsement a Biden (secondo gli ordini di scuderia), il testardo Sanders si rifiuta di mollare. Quindi la DNC (il Comitato democratico nazionale – un’organizzazione privata con il compito di gestire le primarie democratiche e dettare la strategia politica del partito) inizia a giocare davvero sporco.

In primis, l’ex repubblicana Elizabeth Warren definisce Sanders sessista, asserendo che a un incontro a porte chiuse con solo loro due presenti Sanders avrebbe detto “una donna non potrà mai arrivare alla presidenza”. Nonostante l’affermazione venga ampiamente smentita dai fatti (Sanders fu paladino del coinvolgimento delle donne in politica fin dagli anni settanta, sostenne la candidatura di Hilary e convinse la Warren stessa a candidarsi), tutti i media vanno all’assalto di questo treno.

Con l’arrivo del Super Tuesday, data in cui molti Stati votano all’unisono, quelli che finora parevano solo dei vili trucchetti si tramutano in guerra aperta. L’orizzonte che si apre dopo la battaglia del Super Tuesday è deprimente. Moltissime postazioni di voto (soprattutto nelle aree con grandi popolazioni ispaniche, afroamericane o musulmane) vengono chiuse senza preavviso, impedendo così a milioni di persone di votare. Gli exit poll e i risultati definitivi mostrano divergenze enormi, che arrivano a favorire Biden anche con margini del 17%. Per la cronaca, la soglia per l’intervento degli osservatori dell’ONU è il 3%. Un portavoce democratico incaricato di annunciare la chiusura di ulteriori seggi abbandonerà la sala della conferenza stampa dicendo “non posso farlo, questo non è giusto.”

Avvicinandoci a oggi, la crisi causata dal coronavirus porta la DNC ad agire con fermezza. Ben consci che l’epidemia giocherà a favore di Sanders (unico candidato a proporre una medicina pubblica in una situazione in cui milioni di americani rischiano di perdere il lavoro e annessa assicurazione sanitaria, oltre che non potersi permettere le migliaia di dollari necessari solo per pagare un test), le alte sfere decidono di lanciare un avvertimento agli Stati intenzionati a posporre le elezioni: chiunque ritardi le elezioni vedrà dimezzato il proprio numero di delegati.

In Michigan, solo cinque postazioni di voto sono aperte su un totale di 180. Molti votanti decidono di sfidare ore di pioggia e grandine per stare in fila in attesa di votare, ma molti, scoraggiati, restano a casa. Possono votare compilando un “absentee ballot”, un voto per corrispondenza per chiunque non possa votare nelle 24 ore concesse. Ma il governo locale decide diversamente: il limite temporale per richiedere questo voto per corrispondenza scadrà prima che si venga a sapere quante postazioni saranno aperte, lasciando milioni di votanti impossibilitati a votare. Voter suppression o “soppressione dei voti” come la chiamano in America. Prima un’accusa infondata lanciata al Venezuela di Maduro, oggi una realtà locale troppo palese per essere ignorata.

Incessantemente sotto l’assedio, il fuoco incrociato dei media e costretto a sostenere tutta la pressione del partito democratico, Sanders getta la spugna. Se non si può vincere, tanto vale giocare.

Il ritratto della politica americana a oggi è letteralmente un worst case scenario. Nella peggiore delle ipotesi. Trump farà incetta del sostegno, ormai praticamente garantito, assicurato ai presidenti americani in tempo di crisi, e il suo unico avversario sarà Biden, messo in quella posizione da numeri che non ha mai ottenuto, con politiche che non solleticano nessuno e con problemi cognitivi tali da far seriamente considerare al Senato l’idea di sottoporlo a un test psichiatrico. Intanto Trump gioisce su Twitter, mostrando inaspettata sportività verso Sanders e deridendo Biden, che ovviamente non vede come un valido avversario.

Se non altro, per la sinistra mondiale questa sarà un’altra occasione in cui tutti potremmo dire “noi ve l’avevamo detto“.

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