Il Coronavirus uccide anche la mente

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Era convinto che la fidanzata, studentessa in medicina, gli avesse trasmesso il coronavirus. Per questo Antonio, 27 anni, lunedì ha prima accoltellato e poi strangolato Lorena, coetanea. Un delitto che ha scioccato la piccola comunità di Furci Siculo, poco più di 3000 anime sulla costa jonica della provincia di Messina, uno di quei posti in cui, proverbialmente, non succede mai nulla, ma quando succede è veramente brutto.

Una motivazione assurda, per la quale, troppo facilmente si potrebbe scrivere di raptus, di follia omicida: ma si può davvero pensare che questa situazione, come dicono molti fra il serio e il faceto, ci sta facendo andare tutti fuori di testa, fino a gesti del genere? O forse, l’isolamento e le convivenze forzate di questo periodo stanno semplicemente accendendo la miccia di santabarbare nascoste da tempo nei più profondi recessi dell’anima, oltre che lasciando molte donne nelle mani dei loro potenziali carnefici?

Prendo spunto da un post al riguardo di mia sorella (si, faccio tutto in famiglia) che coglie, a mio avviso, il punto della questione:

Non è facile chiedere aiuto quando si è ancora tutto sommato lucidi. Che è esattamente il momento in cui bisogna chiedere aiuto perché questo abbia efficacia.

Magari attorno a te c’è ancora chi dice “ma che ci vai a fare dallo psicologo, la vera forza è quando riesci ad avere controllo su di te da solo/a” oppure “ma alla fine ci arrivi tu a capire come stare bene, non è che te lo dice lo psicologo”.

Ma adesso, per cortesia, non chiamiamolo “raptus”. È imbarazzante, scortese, fuoriluogo.

E troppo comodo, aggiungo, anche giornalisticamente parlando. Non metti le mani al collo della tua fidanzata così da un giorno all’altro, se nella testa non hai già un verme che ti sta mangiando da dentro e che questa situazione fa semplicemente ingrassare, finchè alla fine esplode inghiottendo te e tutti quelli che ti stanno intorno. Lo fai, forse, perché quella violenza ce l’hai già dentro, repressa, addomesticata dal quieto vivere sociale, che tiene a bada il mostro. E non te ne sei accorto, hai pensato di non avere bisogno di aiuto, che potevi farcela, o, peggio, che in fondo non fosse niente di grave, che fossero “solo pensieri”, che la voglia che hai di picchiare la tua ragazza sia giustificata, magari ti hanno insegnato così, che le donne si possono strangolare se fanno qualcosa che non devono, e che non lo fai solo perché altrimenti tutti scoprirebbero il mostro che hai dentro, che SEI dentro. E poi, alla fine, quando la situazione si fa anomala, quando la paranoia che magari avevi già e che manifestavi solo in forme di gelosia ora si sposta sulla tua stessa vita, reagisci come un animale, distruggendo tutto quello che ti trovi davanti, compresa la vita della persona che amavi, o così dicevi.

Questa condizione di reclusione e convivenza forzata, è inutile nasconderlo, sta portando, e forse porterà sempre di più, a esplosioni di rabbia e violenza incontrollate, dapprima represse e ora infine accese e scatenate. E dall’altra parte a farne le spese, ci sono spesso tante donne, mogli, compagne, figlie, costrette dal virus che ammorba l’aria a convivere con chi potrebbe, in un attimo, porre fine alla loro vita. Persone per cui restare a casa può essere una condanna, come lo è stato per Lorena, e che ora, spesso controllate a vista, non possono neanche chiamare aiuto.

La violenza è sempre ingiustificabile, tocchi essa uomini o donne, ma è ipocrita e mistificante cercare di sminuire la portata della gravità della situazione in cui versano soprattutto le donne oggetto di violenza, adducendo giustificazioni come “accade anche agli uomini e non ne parla nessuno”: perché la violenza contro le donne, piaccia o meno ai negazionisti, ha una sua connotazione di genere specifica, nelle modalità e nelle motivazioni, spesso futili se non, come in questo caso, totalmente folli. Le donne muoiono nelle mani dei loro mariti e compagni soprattutto in quanto donne, ridotte alla stregua di oggetti su cui sfogare la propria rabbia repressa, capri espiatori da accusare di ogni sorta di nefandezza, soggetti spesso deboli su cui è fin troppo facile accanirsi. E la tragedia in questo è che il carnefice non si rende neanche conto di essere tale, di avere bisogno di aiuto, di scacciare il mostro, di capire che quando gli hanno insegnato che “una donna deve stare al suo posto” e che è lecito, ogni tanto, picchiare la moglie perché “non si comporta bene”, gli hanno insegnato un cumulo enorme di cazzate.

Noi non sappiamo cosa sia passato nella mente di Antonio, e fare i leoni da tastiera, oggi, gridando alla pena di morte o allo stupro in carcere è fin troppo facile, nel momento in cui non abbiamo fatto quasi nulla per creare un clima culturale di reale parità di genere fra uomo e donna, da quella salariale a quella sociale, per cancellare secoli di stereotipi di genere per cui, ben che vada, la donna deve stare in casa con i figli e l’uomo al lavoro, per dirne una. Ed è necessario più che mai, ora che il coronavirus, con il suo carico di isolamento forzato, sta accendendo micce di depositi di Male esplosivi nascosti dentro molti di noi, da cui molte persone deboli non possono fuggire: perché oltre che i polmoni, il virus ci sta uccidendo anche la mente, silenziosamente.

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