Il diverso e l’uguale

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Mi sto divertendo, veramente, mi sto divertendo un sacco, avvolto da questo morbido piumino di surrealismo… mi sembra di vivere un romanzo di Asimov o un film di Spielberg, è bellissimo! Finalmente, ci troviamo a fare i conti con noi stessi, nella nostra forma più arcaica, in qualità di esseri umani, pensanti e meno pensanti, ma sicuramente più simili che mai l’uno all’altro, in quanto, ad oggi, equamente impotenti, insignificanti e ininfluenti; manager, pensatori, avvocati, medici, operai, contadini, prostitute, tossicodipendenti, senzatetto, vescovi, governatori, VIP e altre improbabili personalità della TV, tutti sulla stessa barca, FINALMENTE.

È stato veramente tutto bellissimo, geniale, la totale abnegazione per qualcosa che stava accadendo in Cina. Dividendo come di consueto il mondo in “noi” e “loro” ci ripetevamo: “a NOI non succederà”. La Cina? 8’676 Km, Wuhan – Roma, così lontano… la dissonanza culturale quintuplica questa distanza, nell’immaginario popolare la Cina rimane terra onirica di monaci, muraglie e dragoni. Peccato, che da Wuhan partissero 2 – 4 voli al giorno in direzione Milano.

Però è vero, ve lo assicuro, se pensate alla Cina senza guardare l’etichetta della maglietta che indossate o le Nike che calzate sembra davvero lontanissima. E invece no, peccato… o per fortuna… ma quasi quasi… oserei direi per fortuna. Forse era ciò che serviva per farci rendere conto che le tragedie non succedono solo agli altri… non succedono solo in Medio Oriente, non succedono solo a quel milione e ottocentomila persone che vivono nella striscia di Gaza, ai 18 milioni di siriani o ai 5 milioni di palestinesi. Eh no, la fortuna è cieca ma sfiga vede bene dicevano, e se credessi nel karma o nella giustizia divina direi che ce la siamo meritata alla grande, tutti quanti.

Figli rampanti del perbenismo occidentale, l’ipocrita facciata del volontariato medio borghese o del nuovo culto del veganesimo estremo, – che intraprende sanguinose crociate contro chiunque non lo rispetti – per non parlare dell’animalista, il femminista, la gender equality, i diritti dei lavoratori, la società multietnica, we are the world, je suis Charlie e la messa di Natale… mi viene il voltastomaco. Talmente impegnati a mostrarci paladini di una qualche minoranza (vorrei sapere poi quante persone si sentano realmente rappresentate da tutti questi slogan) da finire per suddividere il mondo in compartimenti stagni, ricordandoci di essere un collettivo solo al fronte dell’Armageddon, la fine del mondo, profezie Maya che si avverano… e allora… via di “ce la faremo”, “tutti insieme” e #iostoacasa… villa con piscina o sottoscala poco cambia.

Detto ciò, vorrei proporre un ragionamento su due termini apparentemente distanti i quali a mio avviso possono fornire interessanti letture della situazione che stiamo vivendo. Il COVID-19 mi ha fatto prendere contatto in modo ravvicinato con il diverso e al contempo con l’uguale.

Uguale, perché davanti ad un evento di questa portata siamo egualmente vulnerabili, siamo egualmente in balia degli eventi, egualmente esposti, egualmente ansiosi, depressi, preoccupati e insofferenti. Uguali perché tutti stiamo cercando di capire se è bello stare a casa con la famiglia o se è meglio comprarsi un cane per scappare da moglie e figli, uguali perché penso che tutti ci stiamo rendendo conto di quante cose dessimo per scontate, un caffè al bar, una stretta di mano, le persone… insomma, idealmente siamo tutti sulla stessa barca di pseudo solidarietà, ansia e voglia di ritornare alla normalità. Davanti alla malattia e alla paura siamo uguali, il virus ha creato qualcosa di uguale, un senso condiviso d’umanità. Il senso d’appartenenza è alimentato dalla creazione di un nemico comune e davanti al nemico COVID-19, si è visto qualcosa di straordinario, si è visto l’uguale attraverso la paura, la paura ci ha uniti creando un reale senso d’appartenenza a quello che è il genere umano.

E allora forza, uomini del mondo, combattiamo questo virus dai nostri divani, armati di telecomandi e smartphone, rispettiamo le regole come non abbiamo fatto mai, così, magari, già entro quest’estate, potremo ricominciare ad intasare le autostrade direzione Rimini-Riccione, viaggiare in tangenziale uno per macchina, in pompa magna verso i nostri lavori precari, non ci sarà più il coronavirus contro cui combattere ma vi prometto che avremo stranieri, carnivori, omosessuali, politici e migliaia di altri automobilisti pendolari frustrati contro cui accanirci, vi prometto, che potremo finalmente tornare ad odiarci in pace.

Ironia a parte, questo virus ha fatto anche qualcos’altro, il virus ci ha ineluttabilmente messo a contatto con il diverso. Da un lato, il diverso nella sua accezione più semplicistica, ovvero la diversità intesa come differenza tra le singolari individualità delle persone; “chi sta impazzendo a casa VS chi sforna torte al cardamomo, legge finalmente il suo primo libro e aspetta morbosamente il bollettino delle 18 per potersi lamentare della catastrofe, poi canta dal balcone, si commuove e infine una bella diretta di Tommaso Paradiso e Calcutta per calmare gli animi”, insomma, c’è chi con spirito d’adattamento degno d’un mollusco che cambia carapace si è abituato a questa situazione e chi invece vive in preda ad ansie e dilemmi esistenziali.

Ma il concetto di diverso ha un un’ampiezza maggiore, il diverso può essere pericoloso, tutto è diverso e tutti siamo diversi, ma in questo caso il diverso assume il significato di impari piuttosto che di diseguale. Basti pensare alla miriade di disparità che si possono creare all’interno del decantato slogan “io sto a casa”, non bisogna dimenticare quante case siano da considerarsi alla stregua di prigioni, le disparità sociali che relegano famiglie intere in 50 metri quadri, alle volte, scaraventano uomini e donne nell’alcolismo e nei disagi psichici e i minori in situazioni precarie nonché estremamente pericolose. Il diverso… e che c’è di tanto più diverso di due persone che dicono “io sto a casa”? “Io sto a casa”, con palestra, piscina, grill, “io sto a casa” con i miei genitori, con la mia fidanzata, con la mia compagna, “tu stai a casa”… con un carnefice, “tu stai a casa”… senza aiuti, con i servizi sociali al collasso, “tu stai a casa”… se una casa ce l’hai.

Il diverso è chi ha la fortuna di poter lavorare da remoto, il diverso è chi ha un computer, il diverso è chi continua a percepire uno stipendio, il diverso è la mamma che mi aiuta a fare i compiti online, il diverso è tanto diverso perché le due facce di questa medaglia provengono da diversi coni e in questa desolazione che è la quarantena c’è chi si scalda a vicenda nel quieto convivere e che forse non ha ancora pensato a chi invece in questa situazione si è trovato a dover sopravvivere, privato non solo della sua libertà di spostamento (con le relative implicazioni), ma della possibilità di lavorare, di percepire uno stipendio o di fare i compiti da casa perché il computer non ce l’ha. Ed è proprio qua che sta il diverso, il convivere dei molti, che può rivelarsi essere scomodo, ma che tutto sommato non è poi così tragico messo a confronto con la prospettiva potenzialmente letale del dover sopravvivere dentro a questa assurda realtà.

A seguito di questa breve riflessione trovo sia bene ragionare dapprima su ciò che sta accadendo a noi, in prima persona, cercando di fare un minimo di introspezione, dobbiamo cercare, tramite questa forzata privazione di tante cose che davamo per scontare di capire cosa realmente sia importante, di cosa prendersi cura e cosa preservare. Allora forse, quando la vita ricomincerà a scorrere con il suo normale andamento, ci lamenteremo un po’ meno del traffico e della ressa, della colonna per entrare nei club e dei concerti con troppa gente. Riflettendo, dovremo capire che questa dose di dolore che noi oggi stiamo vivendo e che tanto ci terrorizza, è solo l’anticamera della paura che può provare una persona che vive in una zona di guerra, questo potrebbe spingerci per esempio ad essere d’ora in poi un po’ più umani, solidali e comprensivi verso le persone che arrivano qua proprio per scappare da quel genere di situazione.

Penso inoltre sia importante riflettere sui concetti di minoranza e di collettività, chiedersi quanto sia legittimo dividere la società in una serie di gruppi. Spezzettare la realtà ci aiuta a comprenderla meglio e ci permette di districarci nella miriade di informazioni con le quali siamo confrontati, ma accanirci a farlo potrebbe portarci a generalizzare, perdendo di vista l’individualità del singolo o attribuendo forzatamente determinate caratteristiche ad alcuni individui malgrado essi in primis potrebbero non sentirsi di appartenere a nessun gruppo.

È infine bene, a mio avviso, volgere uno sguardo sui concetti di “diverso e uguale”, e di come a seconda delle circostanze e dei punti di vista possano assumete accezioni positive o negative, di come dietro l’innocenza di uno slogan creato a scopo benefico si possano celare diverse insidie e di come una questione di convivenza possa facilmente (se non monitorata) diventare questione di sopravvivenza.

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