Il vecchio mondo che verrà

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Tra le speranze espresse a gran voce da più parti pensando al casino in cui ci ha infilato il Coronavirus c’è anche quella di ripensare seriamente alla globalizzazione. Un modello idealmente virtuoso, prono però alle logiche capitalistiche, vergognosamente abusato dal mercato e che di fatto non si è mai pienamente realizzato soprattutto se pensiamo alla mobilità e alla libertà delle persone, sottomesse a ogni tipo di vincolo. Ancora di più in questi giorni di confinamento forzato.

Saremo tutti migliori. Impareremo da tutto questo e ne faremo tesoro. Il mondo non sarà più lo stesso. Certo, come no. A dimostrarlo sono forse le lunghe code di auto registratesi davanti ai McDonald’s di tutto il Canton Ticino? Insomma, tante belle parole e tanti buoni propositi cancellati dalla fregola per un Big Mac con doppio bacon. A dimostrazione di quanto tutti noi siamo bravi a suonarcela e cantarcela, a dirci cambierò, lo giuro, salvo poi tornare alle vecchie abitudini. Perfino a quelle più becere.

Del resto qualche giorno fa ricorreva l’anniversario del disastro nucleare di Chernobyl. Era il 1986. Una catastrofe che ci costrinse non solo a spazzolare vigorosamente e lavare bene l’insalata, ma a fare i conti, per mesi e anni, con gli effetti devastanti di una nube radioattiva che aveva contaminato mezza Europa. Una radioattività ancora presente nell’ambiente. Lo sa bene chi va a caccia di cinghiali a tutt’oggi potenzialmente radioattivi e, proprio per questa ragione, non sempre commestibili.

Ci sono molte somiglianze tra la pandemia di Coronavirus e il disastro nucleare di Chernobyl. Tra le diverse risposte nazionali alla diffusione del Covid-19, una delle maggiori differenze che sta emergendo è tra i governi che hanno cercato di nascondere ciò che stava accadendo, limitando le informazioni sull’entità del contagio e guardando innanzitutto ai propri interessi a breve termine e i governi trasparenti e aperti che stanno plasmando le loro risposte alla crisi dopo aver sentito il parere di esperti. In tal senso, stiamo assistendo a un bis di Chernobyl “. A sostenerlo è lo storico e politologo Francis Fukuyama.

Ed effettivamente le similitudini, i parallelismi tra questi due eventi apparentemente diversi e tra loro distanti nel tempo sono più d’una. Certo, una crisi su scala globale, così ampia, non s’era mai vista prima d’ora. A impressionare è soprattutto la rapidità con cui il contagio si è propagato. Una velocità non sempre all’altezza della risposte date. Proprio come a Chernobyl dove, per giorni e giorni, si negò l’evidenza. Ci fu una sorta di rimozione, soprattutto rispetto alla gravità di quanto era realmente accaduto.

Inoltre, proprio come una nube radioattiva, il Coronavirus è una minaccia invisibile. Impalpabile e subdola. E quando ti trovi a combattere con un nemico così, che non vedi, al quale non riesci a dare un volto, è subito fatto negarne perfino l’esistenza. Salvo poi dover ammettere, di fronte a ospedali in tilt e un tasso della mortalità mai registrata prima che, forse, si è davvero di fronte a qualcosa d’inaspettato e straordinario.

Proprio come accadde in Unione sovietica nel 1986. Esattamente come accade oggi. Con governi che hanno prima minimizzato o peggio ridicolizzato la pericolosità del virus, arrivando poi a giocare con le statistiche e addossando tutta la colpa sugli altri, a partire dai cinesi. Dimostrando come una leadership inesistente non può che aggravare il disastro più reale che mai. Chernobyl o Fukushima, AIDS o Coronavirus, poco importa.

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