Il virus e il tempo del progettare

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Una frase che mi è stata detta mi ha colpito oggi: “Questo che stiamo vivendo è il tempo del progettare”. Sembra una di quelle frasi fatte che ormai leggiamo ovunque in questi giorni: non saremo più gli stessi, distanti ora per star vicini domani, e via dicendo. Ma forse, nella sua semplicità, e in quel termine, progettare, dice molto di più: perché progettare non è fantasticare, e non ha neanche la rigidità del pianificare. 

Ha in sè una certa dose di creatività, di inventiva, vuol dire mettere in piedi qualcosa che vogliamo avvenga, ma ci lascia anche la libertà di trovare delle varianti, delle versioni alternative. Vuol dire immaginare qualcosa, e poi mettere in campo le energie e le strategie per renderla reale: trasformare i sogni in qualcosa di vero.

E in questi giorni, ora che le notizie sembrano fare intravedere, anche se vagamente, la fine di questo periodo di isolamento forzato, ora che si inizia cautamente a parlare di date, quello che nel terribile marzo appena passato abbiamo vagamente immaginato, confinato a fantasie sul “quando finirà”, ora inizia a prendere forma. A diventare, appunto, un progetto. Per le nostre vite, prima di tutto. Perché si, è vero, non saranno uguali a prima: ma come saranno, forse, lo decideremo proprio in questo momento. Perché lasciare tutto uguale vuol dire perdere la memoria di quello che ci sta succedendo, e questo a prescindere dalle cazzate del tipo che “il virus è un’opportunità” e balle simili. Il virus è una merda, e non c’è discussione, ammazza le persone, distrugge l’anima. Ma passerà, come tutto. E alla fine, pensando a questi giorni sospesi, capiremo quanto tempo abbiamo perso prima dietro a stupidaggini,  quante cose davamo per scontate e ora ci sembrano desiderabili, 

Penso molto in questi giorni a come alla fine di quest’incubo vorrei che le persone a me care, da cui sono diviso, mi trovassero diverso. E progetto come sarà, cosa voglio fare, e parto proprio dalle criticità, dagli errori, dai problemi, e a questi cerco soluzioni.

Penso alle piccole cose, ma concrete, che di me posso cambiare, e quasi tutte quante, in un modo o nell’altro, oltre che me riguardano anche le persone a cui tengo. È l’operazione per quel problema al naso che ho sempre rinviato per chissà quale paura, rinunciando spesso a dormire insieme alle persone a cui tengo perché faccio troppo rumore.  È il tempo perso su uno smartphone anzichè parlare con chi avevo accanto. Sono le mie “assenze”, quando col pensiero vado altrove e non mi godo il momento che sto vivendo. È la mia disorganizzazione e noncuranza sul lavoro, che mi fa andare a rilento e venire l’ansia delle fatture ogni fine mese, che mi costringe, spesso, a rinunciare anche a qualcosa che mi piace, magari da fare con qualcuno a cui voglio bene perché non posso permettermelo. È il pensare “tanto c’è tempo”, e rinviare, magari anche cose che avrei voluto fare. E poi vedo tante persone che se ne vanno, per cui quel tempo alla fine non c’è stato. 

Allora su tutto questo faccio un progetto, punto per punto. E penso che al diavolo la paura dell’operazione, perché l’unica paura adesso è passare altre notti senza dormire accanto a chi voglio bene, penso che quello smartphone lo lascerò nell’altra stanza, penso che ci metterò l’anima in quello che faccio per non rinunciare più a nulla, penso che non rimanderò ancora nulla a domani, perché domani potrebbe arrivare una pandemia e togliermi quel tempo che penso di avere, e ora so che succede, che è successo, e può succedere ancora. 

In fondo, per la fine di tutto questo, il mio più grande progetto sono io stesso. Un me stesso diverso, più consapevole del bello che ha intorno, e di quanto, alla fine, che darà un valore diverso al tempo. Un me stesso che potrà dire di essere uscito da quest’incubo, e che non lascerà più nulla, o quasi, in sospeso. Per me, e per quelli a cui voglio bene e che non vedo l’ora di riabbracciare. E che ora che l’ho scritto, potranno anche farmi le pulci se non faccio quello che ho detto: perché glielo devo. 

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