La creatura oltre l’abisso

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“Se scruti a lungo in un abisso, l’abisso finisce per scrutare te”. È questa massima di Friedrich Nietzsche ad aprire Cold skin, un film introspettivo e d’avventura diretto dal regista francese Xavier Gens tratto dal romanzo omonimo scritto dall’antropologo spagnolo Albert Sanchez Punol.

Il film si apre con la figura del meteorologo irlandese di nome Friend, diretto via nave verso una remota isola nell’Atlantico del nord per svolgere la sua solitaria professione. Accompagnato non sempre per sua volontà dal rude guardiano del faro, unico altro inquilino dell’isola, Friend verrà a sapere che il suo predecessore ha incontrato la morte per mano di misteriose creature che nella notte strisciano fuori dall’acqua. Ed è proprio la prima notte trascorsa sull’isola a rivelargli la terribile realtà della vita in quel luogo sperduto e lontano da ogni rotta nautica.

Una popolazione di misteriosi e aggressivi uomini-pesce vive nelle scogliere dell’isola che, al calar delle tenebre, cerca di raggiungere i pochi esseri umani presenti per consumarne le carni. Il conflitto con queste creature diventa rapidamente furioso e violento. Ma a fermare il percorso di una trama altrimenti semplice, vi è una delle creature, tenuta prigioniera dal guardiano del faro. Essa permetterà a Friend di tentare di costruire un ponte tra le due specie, sebbene il tragitto sia lungo e difficoltoso. La novella originale parla infatti della coesistenza di due specie intelligenti, e delle apparentemente insormontabili difficoltà che ciò comporta. Perché non siamo mai davvero lontani da ciò che odiamo.

Le immagini e le atmosfere del film attingono in abbondanza da Lovecraft, maestro della letteratura horror ed esoterica di inizio Novecento. I toni cupi, il tempo in cui si svolge la vicenda – siamo nel 1914 – e la natura delle creature, che ricordano nelle fattezze un mix tra il celeberrimo mostro della laguna e l’Abraham Sapiens di Hellboy, sono tutti indizi che puntano in questa direzione.

Inoltre, proprio come nei libri di Lovecraft, l’essere umano in Cold Skin si trova costretto ad affrontare paure molto profonde per poi raggiungere un finale carico di persistente amarezza. In altre parole, la risposta finale alla domanda base del film sarà in parte lasciata solo alla nostra immaginazione.

Ma non ci si lasci ingannare dalla linearità apparente della trama. I rapidi impeti dati dalle situazioni più concitate sono costruiti su costanti colpi di scena e repentini cambi nella situazione generale. Stiamo parlando di una storia che sarà in grado di tenervi nell’incertezza e col fiato sospeso fino all’ultimo atto.

Il ritmo, in Cold Skin, è scandito dalla dualità di giorno e notte, più che mai due realtà completamente diverse. Agli antipodi. Se di notte vi è terrore e violenza, le giornate sono invece narrate con grande tranquillità dal diario del protagonista.

Le scelte scenografiche e i paesaggi, il faro e le creature anfibie che affollano di notte l’isola, sono selvaggiamente belli e lasciano trasparire una vena malinconica. Come a voler ricordare sia a noi che ai nostri protagonisti quanto lontano ci troviamo da qualsiasi realtà nota. Va menzionata anche una colonna sonora puntuale e potente, che non prende però mai il sopravvento.

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